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I videogiochi sono una droga, LOL

E ci risiamo. Mi ritrovo ancora una volta costretto a parlare dell’ingoranza dei media “mainstream” in campo videoludico, visto che proprio questi ultimi si sentono a loro volta costretti a tentare di descrivere qualcosa che non capiscono e non si sforzano neanche di capire.

Stavolta tocca ad un programma del palinsesto di La7: “AnnoUno”, la versione trash  giovane e frizzante di “Annozero”, condotto in studio da quella Giulia Innocenzi che proprio non vuole saperne di risultarmi gradevole. Ma questo è un altro discorso.

Durante la puntata di ieri sera (Giovedi 21 Maggio), è stato mandato in onda una sorta di “teaser” della prossima puntata, dedicata a…”La droga social”…mh…

Il “teaser”, sotto forma di reportage, è affidato a Pablo Trincia, ex-Iena, ora passato a proprio a La7.

Non ho voglia di lanciarmi nell’ennesima analisi dell’ennesimo contributo che i media italiani forniscono al dibattito oggi sempre più centrale che riguarda i videogiochi e il ruolo che essi giocano nella società odierna.

Non ho voglia di farlo per due motivi. Il primo: non sono e non sono mai stato un giocatore di MMO. Non mi interessano, non mi affascinano, non mi prendono. Preferisco farmi una run di un qualsiasi titolo singleplayer piuttosto che giocare con altre persone che potrebbero non avere il mio stesso approccio al gioco, per non parlare di chi cheatta o shoppa come se non ci fosse un domani. Il secondo: quando questo post sarà online, la tempesta di merda del secolo sarà già scatenata, e tutti, ma proprio tutti, avranno già visto il servizio in questione. Servizio che vi linko, direttamente dalla pagina di “AnnoUno”, in modo che i commenti lasciati dagli utenti sotto il video siano quanto più godibili possibile.

http://www.announo.tv/2015/05/league-of-legends-pablo-trincia-in-cina-per-raccontare-la-droga-videoludica/

Sono sicuro che chiunque abbia già potuto trarre le proprie conlcusioni. Salto dunque direttamente alle mie, ben consapevole che ciò che scriverò sarà facilmente comprensibile a chiunque. Mi scuso già, perchè so che saranno dettate dalla pancia, più che dalla testa, ma per stavolta andrà bene lo stesso.

Da ingenuo Non-Nerd, mi chiedo che senso abbia tutto ciò.

Che senso ha realizzare un servizio che trasuda totale ignoranza dell’argomento che si sta trattando? Perchè Pablo Trincia (o chi gli ha scritto ed approvato il servizio) non si è andato ad informare sulla materia che si accingeva ad affrontare?

Perchè si è presa ad esempio proprio la Cina, Nazione che vive di contraddizioni totalmente inconcepibili per una cultura “occidentale” in generale, e per quella italiana in particolare?

Perchè quelle musiche da film horror, perchè quel tono drammatico, perchè quelle traduzioni sballate, perchè quelle frasi senza senso dell’autore del servizio?

Perchè si vuole far passare un messaggio molto semplice, nonchè molto esplicito: i videogiochi sono una droga.

Il problema è che lo si fa non solo con un atteggiamento poco professionale, ma anche con l’esempio sbagliato. Lo si fa con un E-Sport, categoria di “competizione” recentemente accettata anche dalle massime istituzioni sportive italiane. Personalmente (e da sportivo) penso che un ragazzo che gioca ad un MMO da “professionista”, per guadagnare, è ovvio che debba passare molto tempo davanti allo schermo, allenandosi duramente per migliorarsi costantemente, anche rinunciando ad altre attività. Esattamente ciò che fa qualsiasi altro sportivo che si impegna per primeggiare nella sua disciplina. La differenza? Che il primo sta buona parte del giorno seduto davanti ad uno schermo, mentre l’altro in campo, in palestra, in pista od in piscina. Ora: perchè un’attività è socialmente accettata ed esaltata, mentre l’altra denigrata come se si trattasse di una sorta di “vergogna”?

Perchè si associano indiscriminatamente le parole “videogiochi” e “dipendenza”, in contesti che non c’entrano nulla con il secondo dei due termini?

E’ vero che i videogiochi possono creare dipendenza. Ma come? In che modo? In quali situazioni? Per quali categorie di persone? Ma, soprattutto, quali videogiochi? I free to play? Gli MMO? League of Legends? World of Warcraft? O le slot machines che sento sempre più spesso chiamare “videogiochi” da chi non abbia la minima idea di cosa sia un videogioco vero?

Io ho come l’impressione che chi abbia confezionato questo reportage, tutte queste domande non se le sia minimamente poste. Ma, semplicemente, abbia cercato la situazione più estrema possibile e quindi più facilmente manipolabile, per far si che le cose, messe giù in un certo modo, colpissero quanto più negativamente possibile lo spettatore.

“Ma come? Cinesini che vincono centinaia di migliaia di euro per combattersi con dei robottini scemi? E la gente paga pure per vederli? Che schifo, che scandalo…” (cit.)

Così, per l’ennesima volta, si è umiliato chi ha la passione per i videogiochi e magari sogna anche di farla fruttare, in un mondo che si sta sempre di più aprendo ed interconnettendo, spalancando orizzonti prima inimmaginabili. Orizzonti che tutti devono avere la possibilità di esplorare senza per questo essere giudicati da chi, come sempre, non sa. Eppure parla. Tema ricorrente…

In Cina, un diciassettenne qualunque può arrivare a vincere migliaia di euro con “robottini con i lanciafiamme”. In Italia, lo stesso diciassettenne è preso per il culo, emarginato e pure bollato come “drogato” da chi, poi, magari, ha l’abbonamento mensile alla Pay-TV, ogni sera caccia un centone in una slot ciuccia-soldi e punta qualche decino sul risultato della prossima partita truccata di fine campionato e ha pure il coraggio di definirsi “sportivo”. O da chi, e siamo sempre lì, si permette di pontificare dall’alto di non si sa bene cosa, senza sapere un cazzo di ciò che sta dicendo.

A me, personalmente, cadono le braccia. E siamo sempre da capo.

Valar Morghulis.

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La chimica della perfezione

Devo ammetterlo. Non sono mai stato un grandissimo amante delle serie TV, per molteplici motivi. Primo fra tutti, la mia poca, pochissima pazienza. Di conseguenza, le serie che ho davvero seguito con continuità e fino in fondo, si contano letteralmente sulle dita delle due mani (tra le mie preferite, Big Bang Theory che continuo a seguire, e Romanzo Criminale, prodotto italiano eccellente), mentre molte più mani servirebbero a contare quelle che, strada facendo, ho abbandonato: da Lost, mollato alla seconda stagione per i numerosi mindfucks, a Prison Break, che gurdavo prima di dormire e faceva decisamente effetto sulla mia insonnia, da Heroes a Grey’s Anatomy, da Californication ai vari CSI, la lista è decisamente lunga. Insomma, credevo non fosse qualcosa adatta a me…finchè non ho incontrato un certo Walter White.

Eh già, perchè Breaking Bad, serie tv ideata da Vince Gilligan, è stata una vera sorpresa, per quanto mi riguarda. Con colpevolissimo ritardo, l’ho infatti recuperata in occasione delle ultime feste e praticamente divorata. Confesso di essere partito con le mie riserve: sapevo qualcosina della storia, mi avevano detto che i personaggi fossero davvero interessanti, che la recitazione convincente e la regia ispirata. Nonostante tutti positivissimi pareri ascoltati e letti su Internet e non solo, io, da scettico nato, ritenevo che il tutto potesse risolversi nella solita minestra riscaldata di droga, soldi e pallottole. Mi sbagliavo, ovviamente, e di grossissimo.

Premetto di non essere affatto un esperto di cinema, tantomeno di serie tv, e che a livello tecnico ne sappia quanto basta per potermi appena sbilanciare, quindi questa non sarà una “recensione”, ma solo un parere.

Breaking Bad, a dispetto di quanto abbia scritto nel titolo di questo articolo, non è perfetta. Ha i suoi punti deboli, i suoi cali di tensione (soprattutto l’inizio della quarta stagione, che ho trovato un po’ lento), i suoi passaggi a vuoto, ma non arriva mai ad annoiare, a far pensare a chi guarda di poter occupare il suo tempo in altro modo. Qualche personaggio manca di quel mordente che caratterizza invece i protagonisti principali, qualche scena può risultare un po’ tirata per i capelli, qualche battuta magari esagerata o fuori posto, ma il giudizio generale non può che essere più che ottimo, e i “contro” terminano decisamente qui, per quanto mi riguarda. Non ha senso parlare di qualche momento isolato in ore e ore qualità pazzesca.

Passiamo dunque ai “pro”. Difficile definire la trama con un aggettivo o solo qualche parola, ma la si potrebbe riassumere così: un uomo con il cancro decide di dare alla sua famiglia l’opportunità di un futuro migliore, e lo fa cucinando e vendendo metanfetamina dal particolare colore blu, la più pura mai circolata sul mercato, per la gioia dei tossici di metà degli Stati Uniti e la disperazione della DEA. Detta così, sembra piuttosto banale, e probabilmente lo è davvero. Ciò che separa Breaking Bad dall’ultimo film d’azione di serie B è la caratterizzazione dei personaggi. Sono questi infatti, a costituire la spina dorsale dell’opera, da Walter White e Jessie Pinkman, protagonisti assoluti, ad Hank e Gus, loro principali antagonisti nel corso delle stagioni, per non parlare dei personaggi che potremmo definire “secondari”, ma che in realtà giocano ruoli fondamentali ai fini della trama e che riescono anche a prendersi la ribalta in più occasioni: su tutti, Skyler, moglie di Walter, e Saul Goodman, avvocato delle cause perse, letteralmente, ingaggiato dalla premiata ditta Walt-Jesse. Personalmente, non ho potuto non amare Walter-Heisenberg, personaggio maestoso, scritto in modo impeccabile, impersonato da un formidabile Bryan Cranston. Un uomo che scopre di avere solo qualche mese di vita davanti e prende una decisione talmente folle da sembrare geniale, aiutato da quel Jessie che fu suo (poco brillante) studente, la cui vita oscilla perennemente tra droga, criminalità e rimpianti. Tra loro e il dominio del mercato della metanfetamina, la DEA e il più importante cartello messicano della droga, nonchè Hank, cognato di Walt, testardo e coriaceo agente proprio dell’Agenzia anti-droga, e Gustavo Fring, personaggio maestoso al pari di Walt, a sua volta potente spacciatore di metanfetamina e nemico del cartello, dal passato misterioso, freddo calcolatore, tanto spietato quanto aristocratico nei modi. Proprio Gus è un “villain” a tutto tondo, e l’alone di mistero che sempre lo accompagna in scena ha giocato un ruolo importante nel farmi entrare in empatia con il suo personaggio, fino a farmelo quasi preferire al granitico Walt. Ancora più in empatia sono però entrato con Jesse, la cui vita perennemente sull’orlo del collasso totale risulta incredibilmente reale. Le sue vicende sono maledettamente tormentate, a partire dai rapporti che ha con Walt, famiglia e amici, fino a quello altalenante con la droga stessa e la disperazione che gli si legge negli occhi ogni volta che si ritrova a fare i conti con i suoi problemi dice tutto di un ragazzo che della sua vita non ha saputo disporre, trovando più facile conforto nelle stesse sostanze che poi si ritroverà a cucinare con Walt, o con la sua nemesi, quell’Heisenberg che Jesse non riesce in alcun modo ad arginare, finendo per soccombere puntualmente alla sua ferrea volontà di andare fino in fondo, a dispetto di tutto e di tutti, famiglia compresa. La grandezza di Breaking Bad, sostanzialmente, è tutta qui, almeno per quanto mi riguarda. Più della trama in sè, che con personaggi scritti anche solo un pelo peggio si sarebbe forse arenata a metà prima stagione, più di altri elementi che rendono quest’ultima meno banale, attraverso trovate geniali ed espedienti narrativi perfettamente incastrati nella vicenda, più di tutto ciò che ha fatto grandi serie che, al confronto con questa, impallidiscono pur essendo ottimi prodotti.

Le emozioni che ho provato nel seguire le vicissitudini di Walt, Jesse, Gus, Hank e tutti gli altri hanno perennemente oscillato tra il totale coinvolgimento e la tensione da dita serrate e denti stretti. Mi sono commosso a più riprese, durante i momenti più intensi e lirici. Ho tirato sospiri di sollievo all’apparizione dell’ennesimo “deus ex-machina”, ho imprecato e gioito, sono stato sorpreso e travolto dall’incalzare degli avvenimenti. Mi sono sentito incredibilmente dentro la storia, come mai prima. Coinvolto, totalmente, dalla drammaticità dei sempre più accesi confronti tra Walt e Skyler; dalla totale impotenza del loro figlio maggiore, Walter Junior; dagli occhi innocenti della piccola Hollie; dalla dolcezza di alcuni momenti e la totale spietatezza di quelli subito successivi; dalla grande presenza scenica di personaggi che compaiono solo per qualche stagione o qualche episodio; dalla vita, dalle parole, dai gesti di un Mike diviso a metà tra tuttofare al servizio della ciminalità e nonno premuroso e affettuoso o di una Jane maledetta proprio come il Jesse a cui si lega, quello che vive di momenti non prorio idilliaci e trascina la ragazza di nuovo nel vortice della droga, fino al tragico finale di cui Walter è inaspettatamente spettatore. Tutto ciò che è seguito alla sigla di apertura di ogni singolo episodio di ogni stagione mi ha tenuto letteralmente incollato allo schermo, desideroso di guardare il successivo e quello dopo ancora, fino alla fine di tutto. Fino alla fine, quando resta solo un grande vuoto dentro. Quel vuoto che solo chi ha guardato e seguito una serie tv cui si è appassionato davvero può provare.

Insomma, Breaking Bad mi è piaciuto. Più di ogni altra serie di genere simile che abbia visto, alla luce di quanto detto qualche riga più sopra. E mi sono accorto di quanto siano spesso stati i piccoli dettagli a farmi appassionare sempre di più a qualcosa che già mi stava impressionando per qualità e solidità. La cura maniacale osservata per cercare di rendere ogni momento, ogni scena, ogni attimo semplicemente perfetto si vede eccome, e dalla musica ai filtri più o meno saturi, tutto tende all’obbiettivo prefissato, riuscendo nell’intento. Il bersaglio è stato centrato e questa serie è già cult per tanti, totale capolavoro per molti altri, nonchè punto di riferimento per tutti, che siano altri addetti ai lavori alle prese con la prossima serie da mandare in onda o semplici spettatori che, immagino, avranno qualche volta da sospirare un “bello, si, ma Breaking Bad…”

In ogni caso, mi sono ripromesso di cominciare a guardare altre serie tv, sia in corso che già concluse. Incluso il sequel spirituale di Breaking Bad, quel “Better call Saul” che vedrà protagonista il già citato Goodman alle prese, immagino, con qualche altro caso disperato da salvare in extremis con il cavillo più minuscolo. Perchè lo farò? Per interesse, per fare confronti e poter sospirare il mio “bello, si, ma Breaking Bad…”

Scherzo, ovviamente. O forse no…

Valar Morghulis.