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Caccia alla balena blu

Che cosa sia la Blue Whale Challenge credo che ormai lo sappiano anche i sassi. Dubito che chiunque bazzichi anche distrattamente il magico mondo dell’Internet non si sia imbattuto, negli ultimi giorni, in post o articoli di varia natura a riguardo, motivo per cui ritengo inutile riportare tutto anche in queste righe, e quindi andiamo avanti.

Questo post nasce da un’esigenza personale, sentita spesso anche in passato, come testimoniato da molti post precedenti: esprimere ciò che penso a proposito del mondo dell’informazione italiana. E la storia della Blue Whale casca a fagiolo. Ma prima, un piccolo passo indietro, per fare un po’ di chiarezza su alcuni punti che sembrano essere oscuri ai più, anche se pare che altri se ne stiano piano piano accorgendo, andando a scavare un po’ più in profondità nel merito della faccenda.

Della Blue Whale Challenge si sa davvero troppo poco per delineare un quadro chiaro del fenomeno e della sua portata. Un po’ per via della barriera linguistica, e molto, invece, a causa dell’estrema scarsità di fonti affidabili. Quel che si sa con ragionevole certezza, però, è che la Blue Whale è qualcosa che circola su Internet da anni, e sotto varie forme. E se è altamente probabile che sia in qualche modo reale e davvero partita dalla Russia, è invece piuttosto evidente che sia divenuta in poco tempo una delle tante creepypasta che passano di profilo Reddit in profilo Reddit, autoalimentandosi e sconfinando presto nel campo delle leggende metropolitane che per ragioni diverse emergono di volta in volta dai più oscuri meandri del Web, a volte a distanza di anni. Per quanto mi riguarda, trovo tutta la storia estremamente confusa. Motivo per cui resto dubbioso della veridicità dei fatti, almeno per come sono stati presentati.

Ed arriviamo dunque al punto: i fatti, e come sono stati presentati. Perchè sembra che nessuno di coloro che hanno cominciato a parlare di questa vicenda si sia preso la briga di fare le dovute verifiche. E non stiamo parlando di misconosciuti siti web in cerca di click facili, ma di note testate giornalistiche nazionali e, soprattutto delle Iene, “colpevoli” di aver fatto esplodere il bubbone, con un servizio che credo chiunque ormai abbia visto.

Un servizio confezionato ad arte per colpire nel vivo il pubblico target del programma, in buona parte lo stesso pubblico del “CONDIVIDI FAI GIRARE!” che utilizza Internet in modo estremamente incosciente e sciocco, esattamente come potrebbero averlo utilizzato i ragazzi protagonisti dell'”affaire-Blue Whale“, quelli che nel servizio delle Iene ci vengono presentati come “adolescenti normalissimi” che si gettano dai tetti dei palazzi perchè in 50 giorni sono stati portati alla depressione da un perverso giochino psicologico organizzato da ignoti sadici che “ce l’hanno con i bambini“.

Il servizio delle Iene, nella sua sconcertante banalità, è un piccolo capolavoro di non-informazione: la butta schifosamente sulle emozioni forti, giocando con le lacrime delle due madri intervistate e le immagini decontestualizzate dei ragazzi ripresi nell’atto di farla finita. Immagini che potrebbero risalire a chissà quando, chissà dove, chissà chi, ma che vengono spacciate per autenticamente connesse al Blue Whale senza lo straccio di una prova. Così come senza la straccio di una prova è tutto il resto. Niente dati ufficiali, niente fonti, niente di niente. Solo tutto quello che si può trovare sul Web, buttato dentro alla rinfusa. Così, tanto per confondere ancora di più. Fino all’ultimo atto, quello che personalmente ho trovato davvero vergognoso: l’intervista al presunto compagno di classe del quindicenne di Livorno suicidatosi qualche mese fa con la stessa modalità proposta dal Blue Whale: gettandosi giù da un palazzo. Domande vaghe e risposte vaghissime, che tutto fanno tranne che convincere chi guarda (possibilmente con il cervello accesso) che effettivamente quello di Livorno possa essere definito “il primo caso di Blue Whale in Italia“. Anche perchè, si noti bene, chi conosceva veramente la vittima, la sua famiglia, non è stata minimamente chiamata in causa. Strano, eh?

Inutile ripetere che il servizio delle Iene abbia causato un vero e proprio terremoto, almeno in Rete, e che per qualche giorno non si sia parlato d’altro, prima che a qualcuno venisse in mente di fare un po’ di sano fact checking. Ciò non toglie che anche dopo si sia letto e visto un po’ di tutto: dalla più retorica indignazione all’approfondimento ed all’analisi del fenomeno non si sa bene su quali basi, fino all’ondata di assurde recensioni negative di ogni cosa abbia nel nome “Balena blu“, per non parlare dell’annoso problema del rischio emulazione (il famoso “effetto Werther“), per cui nelle ultime ore è un fioccare, soprattutto su Youtube, di adolescenti e pre-adolescenti che sostengono di aver provato la Blue Whale o di aver conosciuto gente che è arrivata addirittura fino in fondo. Problema da non sottovalutare, perchè non fa altro che ingigantire nell’immaginario collettivo la portata di un fenomeno che sarebbe altrimenti rimasto confinato a 4chan et similia. E torniamo dunque all’informazione, ed al ruolo che dovrebbe svolgere.

Di Blue Whale, prima di qualche giorno fa, in Italia, se n’era parlato pochissimo, e mai a livello mainstream. Poi sono arrivate le Iene, che hanno giustamente pensato di dare retta ad una segnalazione praticamente anonima, e che, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere tranquillamente frutto della mente di qualche trollino. Il proverbiale sassolino che scatena la valanga, anche stavolta felicemente cavalcata da gran parte dell’informazione italiana, diretta contro il solito obiettivo: l’Internet brutto e cattivo che trova terreno fertile nella massa di ragazzini sfigati, smidollati e senza valori che passano le giornate con il naso incollato allo smartphone, gli stessi ragazzini che spesso sono i figli e i nipoti proprio del pubblico delle Iene di cui sopra. C’è evidentemente qualcosa che non va. Ma a quanto pare, non lo si vuole vedere. L’importante è sparare nel mucchio, ma con le dovute precauzioni, ovvio: pubblico avvisato, mezzo salvato: “Adulti, state vicini ai ragazzi durante il servizio“. Certo, ma chi sta vicino a padri, madri e nonni? Di certo non l’informazione. Neanche quella più “autorevole”, neanche quella più mainstream, troppo impegnata a cavalcare la già citata valanga per accorgersi del fatto che fosse venuto il momento di fare il proprio dovere. Per qualche click in più, forse. Aspettando la prossima valanga.

Valar Morghulis