La delusione più cocente

Sarà capitato a tutti noi videogiocatori “in carriera”,qualche volta, di incappare in una delusione, piccola o grande che fosse. A me, è capitato spesso. Molto spesso. Che si trattasse di giochi comprati a scatola chiusa e rivelatisi poi davvero brutti, o di titoli attesi da tempo, su cui non vedevo l’ora di mettere le mani , poi abbandonati dopo appena qualche ora di gioco, non fa differenza. Il risultato era sempre lo stesso: la pila di giochi sulla mia mensola aumentava di volume, inesorabilmente, ingrossata dall’ennesimo titolo destinato a non finire mai più nella console di turno.

C’è stato un gioco in particolare, però, che potrei definire “Sua Delusione”, incoronandolo a sovrano assoluto destinato a sovrastare tutti gli altri giochi che, nel corso del tempo, mi hanno fatto cacare. Sto parlando (e so che per qualcuno potrà essere un colpo al cuore) di Saints Row: The Third. Pausa scenica.

…eh già…proprio lui. Il terzo capitolo della saga dei Saints, quello che migliaia di altri videogiocatori hanno eletto a “anti-GTA” per eccellenza, elogiandolo per i suoi aspetti peculiari che, appunto, lo ponevano in competizione con la saga più famosa ed amata del colosso Rockstar.

Ho sbavato per molto tempo dietro a Saints Row: The Third. Ho passato mesi a guardare video-gameplay su Youtube, a leggere recensioni ed opinioni, ad attendere il momento in cui, finalmente, quel maledetto gioco avrebbe visto l’interno della mia 360. Mi sembrava un gioco fatto apposta per me, appassionato dei free roaming e dei TPS, innamorato perdutamente di GTA San Andreas, che con il suo essere divertente e caciarone, mi spinge a giocarlo ancora oggi, a più dieci anni di distanza dall’uscita. Mi sembrava, ancora, che il “core” di GTA:SA potesse rivivere in particolare in questo capitolo di Saints Row, e questo non faceva che far aumentare, in me, la voglia di giocarlo. La sagra del “sembrava”, risoltasi in un “quanto ti sei sbagliato”…

All’acquisto di Saints Row è legato uno dei momenti più belli della mia vita. Ero in vacanza nella terra d’Albione e non ho potuto esimermi dal recarmi in pellegrinaggio a Rugby, amena cittadina della Contea del Warwickshire, luogo in cui è nato l’omonimo sport, da me praticato per molti anni. Dopo la foto di rito sotto la statua di Webb Ellis, presunto inventore dello sport, un’occhiata fugace al campo da gioco del college della città e una visita emozionata al museo del Rugby incorporato nella bottega di Mastro Gilbert, mi accingevo a tornare alla stazione, per salire sul treno che mi avrebbe riportato a Londra. In una strada del centro di Rugby, però, mi sono fermato a guardare le vetrine dei negozi, fino a fermarmi di fronte a quella di uno che vendeva videogiochi nuovi ed usati, ma non facente parte delle varie catene che tutti ben conosciamo. Fiutando qualche possibile affare, sono entrato. Ne sono uscito circa un’ora dopo, estasiato, con il portafogli alleggerito e tre giochi nello zaino. Tra questi, c’era proprio quel Saints Row che tanto bramavo, costato solo 11£ (quando in Italia non si trovava sotto i 35-40 euro). Il giorno perfetto.

Tornato alla base qualche giorno dopo, mi sono fiondato ad accendere l’Xbox per ficcarci dentro la copia del mio prossimo gioco preferito di sempre. Quello che ho trovato, invece, è stata la delusione peggiore di sempre.

Sarà stato per la mia attesa troppo lunga e febbrile, perchè mi ero spoilerato troppi aspetti del gioco, perchè non avevo giocato i capitoli precedenti, o chissà per quale altro motivo, ma sta di fatto che, praticamente da subito, non ho trovato in Saints Row: The Third, quello che mi aspettavo, e che tanto mi era sembrato “figo” nel vederlo giocare da altri.

Innanzitutto, mi ha deluso dal punto di vista tecnico: la città in cui si muove la gang dei Saints è così ben tratteggiata e caratteristica che neanche mi ricordo come si chiami. La grafica è buona, ma c’è più di qualche problemino, ad esempio negli sfondi e con gli NPC, e questo, pur non essendo uno che guarda alla grafica come prima cosa (anzi!), mi ha fatto storcere un po’ il naso. Il design dei personaggi, dei luoghi, dei veicoli e delle armi è volutamente esagerato, e va benissimo, ma tutti questi elementi non mi hanno fornito un feedback soddisfacente. Il personaggio che creiamo e controlliamo è legnoso, così come la guida dei dimenticabili veicoli e le armi con cui sfoltiamo le orde, infinite, di nemici tutti uguali. La campagna principale e le missioni secondarie non sono riuscite a catturarmi (ma forse perchè mi manca l’esperienza con i capitoli precedenti della saga) e non ho trovato personaggi secondari particolarmente interessanti o profondi. Insomma, senza tirarla per lunghe, visto che sto parlando comunque di un gioco del 2011, Saints Row mi ha deluso. E l’ho abbandonato. In questo preciso momento, è lì, in mezzo alla pila, impolverato e triste, dimenticato, insieme a tanti altri come lui.

Da tutto ciò, ho ricavato una riflessione e un insegnamento di vita. E se il secondo mi ha portato poi, negli anni successivi, a comprare solo titoli che muovevano in me particolari moti di entusiasmo, senza però che questi mi portassero a sbavare eccessivamente dietro il titolo in questione; la prima è tutt’ora solo l’ennesima pagina aperta nella mia mente, pronta ad essere aggiornata al momento del bisogno. In cima a questa pagina, c’è una domanda: un titolo che viene sviluppato e poi accolto e giocato per essere quasi solamente l’antagonista di qualche altro titolo, è destinato a durare nel tempo, se il secondo termine dei questo paragone è una strapotenza del settore? Ha senso definire Saints Row “l’anti-GTA”, se i punti di contatto tra i giochi si fermano alla loro caratteristica principale, (cioè l’essere dei free roaming in terza persona) differenziandosi poi in tutto il resto? Se i GTA fanno del divertimento e della assoluta libertà d’azione il loro punto di forza, anche attraverso le missioni secondarie, permettendo al videogiocatore di scegliere come agire di volta in volta, personalizzando il gameplay e l’approccio al gioco in generale, con in più una trama da film che catturi e spinga a portare a termine la campagna principale per vedere “come va a finire”, cosa fanno in Saints Row? Puntano all’assurdo, all’estremo, al fuori di testa a tutti i costi, cercando di farsi notare in stile “EHI! VENITE DA NOI! ABBIAMO LA MOTOSEGA A FORMA DI DILDO!!!!! E POTETE METTERE IL REGGISENO AL VOSTRO PERSONAGGIO CON IL PENDOLO!!!!”. Quanto pubblico può catturare un gioco con uno stile così? Quello di nicchia, sicuramante, ma molto meno di quello che, invece, è attratto dalla controparte (e i dati di vendita parlano per me). Può essere divertente fare carneficine di stangone in calze a rete e AK, vestiti da coniglio con il tanga e sparando da un camion a forma di gatto, ma ci sta che possa venire a noia facilmente, soprattutto se tutto questo è la normalità, la routine del gioco, e non un’eccezione. Rockstar, ad esempio, ha saputo “prendere in prestito” dalla saga di THQ qualche elemento fuori di testa, integrandolo però perfettamente nel contesto GTA. Con i Saints, invece, si è deciso di continuare a tirar dritto, facendo uscire un quarto capitolo, per fare un altro esempio, con un protagonista con i superpoteri che combatte gli alieni. Inutile precisare che, personalmente, ho preferito lasciare sullo scaffale del negozio il gioco in questione, per puntare su un ben più solido GTA V. Potere del marketing.

Questa non è una critica a Saints Row: The Third, nè alla saga intera, nè alle scelte della SH che lo sviluppa, nè tantomeno, a tutti quelli che lo acquistano, lo apprezzano e ci si divertono. God bless you.

Questa è solo l’ennesima, insignificante, riflessione di un Non-Nerd che, cercando il 3DS, stamattina, si imbatte nella famosa pila e incrocia lo sguardo triste  della scatola di un gioco uscito 3 anni fa e…lo riprende…lo rificca dentro la 360…e si ritrova faccia a faccia, come era inevitabile che fosse, con la delusione più cocente della sua vita.

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Quel capolavoro de “Lo Hobbit”

Ci sono cose che, più di altre, meritano di essere definite “capolavori”. Sono opere senza tempo, ma che hanno segnato epoche e ispirato un’infinita quantità di persone a venire. Tra di queste, per quanto riguarda il fantasy, c’è sicuramente “Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro”, del Maestro Tolkien. Opera concepita e venuta alla luce prima de “Il Signore degli Anelli”, con cui ha davvero poco a che fare. Il perchè è presto detto, ed è ciò che bisogna accettare prima di immergersi nella lettura. “Lo Hobbit” è, secondo il suo stesso autore, nient’altro che una fiaba, un racconto per ragazzi. E’ l’avventura di un piccolo personaggio in un mondo vasto aldilà della sua immaginazione. E’, probabilmente, la realizzazione di tutti i sogni del bambino che si nasconde in ognuno di noi.

“Lo Hobbit” narra di Bilbo Baggins, uno dei tanti placidi Hobbit che popolano la Contea, che si ritrova improvvisamente, e involontariamente, coinvolto in qualcosa molto più grande di lui. Un’avventura che lo vedrà staccarsi da tutto ciò che ha di più caro (dalla sua poltrona di fronte al camino alle colazioni al sole della Contea) e partire per un viaggio lungo e pericoloso in compagnia di tredici Nani e uno stregone. Un viaggio che dovrà portare i Nani e il loro “Scassinatore” (titolo con cui Bilbo viene assunto dalla Compagnia) alle pendici della Montagna, un tempo sede del regno dei Nani, in cui si nasconde, addormentato su un mucchio d’oro non suo, il drago Smaug. Obbiettivo della Compagnia di Thorin Scudodiquercia, Erede del Re Sotto La Montagna? Neanche a dirlo: riconquistare la sua dimora, il suo oro e tornare a regnare, per riportare il popolo dei Nani agli antichi fasti, prima che i draghi come Smaug calassero su di loro portando fuoco e rovina, impadronendosi dei loro affetti e costringendoli a spargersi per il mondo, in cerca di una nuova vita e una futura vendetta.

Questa, davvero in sintesi, è la trama dell’opera. E non ci si potrebbe immaginare nulla di più “fantasy”: Nani, stregoni, draghi, avventure e luoghi tanti affascinanti quanto ostili. Il tutto, però, è narrato con una leggerezza ed una spensieratezza che pochi altri fantasy possono vantare, ed al contempo inserito in un mondo che l’autore fa di tutto per far risultare reale. Non c’è la ricerca dell’epica de “Il Signore degli Anelli”, nè della solennità de “Il Silmarillion”. C’è solo pura narrazione. Quella cui basta accennare i tratti di un paesaggio per ricrearlo automaticamente nella testa del lettore, quella cui non servono le descrizioni dei personaggi…sappiamo tutti come è fatto un Nano, o uno Hobbit! Quella da cui risulta difficile staccarsi, perchè non si vuole fare altro che voltare pagina e scoprire cosa accadrà dopo. La magia de “Lo Hobbit”, in fondo, è questa.

Per far comprendere meglio la potenza di questa magia, però, credo che non possa fare a meno di descrivere le mie sensazioni di lettore. Di bambino, di adolescente e poi di “quasi adulto”. Ho letto “Lo Hobbit” in ogni fase della mia vita, da quando l’ho scoperto, e non ne sono mai rimasto deluso. Seguendo le vicende di Bilbo, le emozioni si sono ripresentate ogni volta identiche, ed ogni volta potenti come se fosse la prima. Ed erano emozioni che non ho potuto far altro che ricondurre alla vita reale di ognuno di noi, ed in particolare, non so perchè, al ciclo delle stagioni. O, almeno, a come percepisco io questo fenomeno naturale. E’ un’interpretazione che ha preso corpo con lo scorrere del tempo e delle pagine contemporaneamente, e non c’è modo migliore con cui io riesca a descrivere la mia opera letteraria preferita in assoluto.

Si passa dall’estate del caldo ed abbacinante sole della Contea, con i suoi campi verdissimi e i suoi sentieri che si inerpicano per boschi e colline, compresa quella che ospita Casa Baggins; all’autunno delle Montagne Nebbiose con i loro valichi tempestosi e le loro gallerie pullulanti di Orchi, e di Bosco Atro, con i suoi sentieri bui e pericolosi, tana di enormi  Ragni, e le sue oasi di pace, create per magia dagli Elfi Silvani, signori dei boschi, dalla cui prigionia Bilbo e compagnia fuggono in modo talmente carambolesco da risultare più comico che drammatico, fino all’inverno della Montagna Desolata, spazzata dai venti e arida come il deserto, tana del temibile Smaug, che domina su Pontelagolungo e le vite degli Uomini che ivi risiedono; fino alla primavera, che segna la fine della magnifica avventura della Compagnia e culmina nella riconquista e nel viaggio verso casa di un Hobbit molto diverso da quello che era partito, una mattina d’estate, senza fazzoletto, cappello, un po’ di soldi e la colazione.

Ma c’è di più, molto di più. Come tralasciare il momento in cui Bilbo, separato dai Nani, fa una scoperta tanto casuale quanto fondamentale per il destino della Terra di Mezzo, sotto le Montagne Nebbiose, vincendo una sfida particolare con una creatura antica come le Montagne stesse? E come dimenticare Beorn e i suoi magnifici animali, che vivono in una casa fatta di legno e circondata da fiori al confine con Bosco Atro? O Bard, intrepido arciere di Pontelagolungo, che sfida il drago con una sola freccia e tutto il coraggio e lo sprezzo del pericolo che un semplice mortale può avere? O ancora i Nani stessi, con i loro nomi che sembrano una filastrocca e il determinato Thorin a guidarli? E la battaglia finale ai piedi della Montagna, quella chiamata “dei Cinque Eserciti” da chi vi ha preso parte, e solo raccontata da Gandalf a Bilbo, svenuto per una sassata presa a scontro appena iniziato? E, infine, come si può non parlare di Bilbo stesso, cresciuto e maturato insieme alle vicende che lo vedono protagonista, che impara ad impugnare la spada al posto del bastone da passeggio, ad affrontare pericoli mortali per un piccolo Hobbit come lui, a rispettare e persino a voler bene ai suoi compagni d’avventura, che un tempo gli invasero casa e gli svuotarono la dispensa? Ecco, la magia de “Lo Hobbit” è anche tutto questo.

“Lo Hobbit” è il trionfo del fantasy all’ennesima potenza. Quello vero, che racconta di mondi incantati popolati da strane creature, eroi leggendari e mostri spaventosi. Quello che racconta di avventure e pericoli, ma che non disdegna la battuta di spirito e una spruzzata di comicità. Quello che, infine, riesce a catturarci e non farci andare via, intenti come siamo ad immedesimarci e farci sentire parte integrante del mondo che l’opera descrive.

Tolkien è riuscito a concepire una fiaba per ragazzi che, a mio parere, è diventata la colonna portante del fantasy, la chiave di volta di un genere intero, l’esempio cui tutti quelli che verranno dovranno rifarsi, per comprendere fino in fondo quanto, a volte, basti davvero poco per creare un capolavoro in grado di portare un po’ di magia nella vita di tutti noi.

#Selvaggianonmentire

Sta accadendo qualcosa di molto bello, in queste ore, su Internet. Per la prima volta, in Italia, ci stiamo forse rendendo conto di poter fare qualcosa, uniti come mai lo siamo stati, anche se forse ancora troppo pochi per cambiare veramente rotta. L’hashtag lanciato da Dellimellow su Youtube, #Selvaggianonmentire, è in poche ore balzato in cima alla classifica degli hashtag più utilizzati dagli utenti Twitter, e poi ripreso da molti altri Youtuber, sta letteralmente spaccando il Web. Ma facciamo un passo indietro…

Personalmente, sono molto attivo su Youtube. Dal momento in cui ho potuto disporre di una linea ADSL decente, è stato per me una rivelazione, un’epifania. Ho capito che, finalmente, avevo trovato L’Alternativa a quella TV che sempre meno andava piacendomi. Su Youtube ho trovato tutto quello che cercavo. Che fosse informazione, intrattenimento, approfondimento, o semplicemente un mucchio di cazzate. Era tutto lì, sempre a mia disposizione, e ogni giorno diventava sempre di più. Ho letteralmente cancellato la TV dalla mia vita, e ne sono molto felice. L’idea che su Youtube potessero ritrovarsi tutti quelli, come me, stanchi di beccarsi la merda che la TV italiana propina per buona parte della giornata, era semplicemente fantastica. Poter “trasmettersi”, come recita il motto della piattaforma, significava abbattere completamente le barriere, creare una community di gente libera, che finalmente ritrovava il diritto di poter scegliere cosa vedere, e di commentarlo, interagendo con altri utenti o con chi, personalmente, caricava qualcosa. E andava tutto bene, o quasi.

Quello che a me, e a tanti altri, non è proprio andato giù, è stata l’intrusione di corpi estranei sulla piattaforma. E le bugie che da questa intrusione sono derivate. E’ un fenomeno piuttosto recente, e stare qui a ripetere cose che abbiamo già visto e commentato è quasi noioso. Ma non fa male.

Youtube è riuscito a fare numeri, in Italia, che la televisione cominciava a non vedere più. E c’è stato chi, proveniente proprio dal mondo dello spettacolo, ha ben pensato di poter tirare su qualche altro sporco euro con il Web, sfruttando la gande mole di utenti di tutte le età e gusti. La cosa è inizialmente passata sotto traccia, in sordina. Qualcuno se nè accorto, ha provato a parlare, ed è stato zittito. Ciò che era solo un sospetto, però, ha cominciato a concretizzarsi in certezza. La certezza che la TV stesse prendendo piede sulla piattaforma, attraverso la creazione di veri e propri personaggi che, anche grazie alla spinta di varie “agenzie di talenti” (gestite da chi talento non ne ha) hanno cominciato a fare numeri, così, quasi dal nulla. E l’esempiò più lampante di tutti è Francesco Sole, al secolo Gabriele Dotti, 22enne di bella presenza e discutibili capacità, almeno per ciò che abbiamo visto. Ma è solo la punta dell’iceberg.

Ora: che qualche Youtuber con un grande seguito di pubblico venisse contattato dal mondo dello spettacolo e messo in TV o al cinema per fare ascolti e riaccaparrarsi una certa fetta di pubblico giovane, può starci. D’altronde, tanti di quelli che hanno finito per bucare gli schermi o l’etere, sono effettivamente nati con Youtube. Hanno fatto successo, sono riusciti ad arrivare laddove tanti sognano, e magari non riescono. Chapeau. Criticare questo è piuttosto sterile, se non addirittura da completi idioti.

Ha senso, invece, criticare e farsi sentire con chi, credendo di poter fare il bello ed il cattivo tempo laddove deve essere la completa libertà dell’utente a regnare, si intrufola, senza neanche preoccuparsi di fare poco rumore. Tutti ci siamo ritrovati la home di Youtube intasata di video che puzzano di TV lontano un chilometro. Tutti abbiamo capito cosa ci fosse dietro certe facce, e quali strategie alla base del successo che quelle facce riscuotono. E tutti abbiamo provato rabbia. Stavamo cercando di scappare dalla Tv, e ce la siamo ritrovata alle costole. Non ci stava affatto bene.

Ma la cosa funzionava. Funzionava facendo leva su quel pubblico che su Youtube è ormai in maggioranza. Quello dei minorenni: dei bambini e degli adolescenti, oggigiorno sempre più liberi di imperversare come locuste sui raccolti. Per buona parte composto da individui senza il minimo spessore culturale ed umano ( ma per questo andrebbe aperto un capitolo a parte), incapaci di esprimere in un italiano corretto anche il pensiero più banale, sono approdati sulla piattaforma, e non hanno potuto far altro che cadere nella trappola da cui tanti altri erano riusciti ad uscire. Si sono ritrovati la TV. E la TV ha trionfato, ancora.

E’ cominciata un’aspra battaglia, tra utenti e utonti. Battaglia che si combatte a colpi di commenti su Youtube e non solo. Battaglia che vede coinvolti chi, per esperienza, sa cos’è veramente Youtube ed è stanco delle bugie, e chi, arrivato solo da poco, presume di stare dalla parte giusta.

Ieri, qualche personaggio legato al mondo dello spettacolo, nonchè a doppio filo con il successo riscosso dagli Youtuber di nuova generazione, ha tentato, attraverso Facebook e altri social network, di pubblicizzare il nuovo (e credo anche primo) libro di Francesco Sole. Inneggiando al talento, alla meritocrazia, a Youtube, ad Internet. Chi sapeva, però, non c’è stato. E si è ribellato. E’ cominciato un tam tam incredibile, e la vittima designata è stat Selvaggia Lucarelli, tra le più attive nel reclamizzare quelle poche pagine zeppe di citazioni copiate che è il libro del buon Gabriele Dotti., che nel frattempo è arrivato ad affiancare Belen alla conduzione del’ennesimo “talent show” sulle reti Mediaset. Invano la Lucarelli ha tentato di correre ai ripari bannando utenti dal suo profilo o cancellando i post. #Selvaggianonmentire era già diventato più grande di lei. E il resto è storia.

Il resto è che, per qualche giorno, non si parlerà di altro. Saremo tutti qui, chi a scrivere, chi a girare e caricare su Youtube, chi a bombardare il Web di hashtag. Saremo tutti, o quasi tutti, uniti contro chi cerca di togliere spazio alla libertà di ognuno di noi per piazzare la faccia giusta al posto giusto. Probabilmente faremo l’ennesimo buco nell’acqua. Ma la speranza di poter essere, per una sola volta, un muro compatto di gente incazzata, c’è, e divampa. Possiamo riprenderci ciò che credevamo potesse essere nostro. Di tutti noi, anche dei tredicenni semi-analfabeti che si bagnano le mutande con i post-it di Francesco Sole. Ciò che vorremmo, non senza arroganza, sia chiaro, è che il Web resti libero. Che non significa non avere sponsor, o non poter trasformare il proprio talento nello scrivere o nel girare in una professione. Significa, in fin dei conti, avere la totale libertà di scegliere a quale fonte attingere informazioni, a quali battute ridere, con quale storia commuoversi. Senza che questo arrivi da chi non  libero, ma che scaturisca dalla libertà, e siamo sempre lì, di chi, spontaneamente, decide di buttare anche il suo in quest’enorme calderone che è Internet.

So che l’argomento non c’entra niente con il mondo Nerd, tantomeno con quello Non-Nerd, ma a utente del Web non posso non sentirmi chiamato in causa. E spero che sempre più persone siano coinvolte in questo fenomeno. Non è un capriccio da bambino viziato che rivuole il giocattolo, ma qualcosa che potrebbe davvero, per la prima volta, far capire che la nostra voce conta qualcosa. E le grandi marce, si sa, iniziano sempre dai piccoli passi.

Premio alla fantasia

L’anno del Nerd medio, e spesso anche del Non-Nerd, appassionato di videogiochi, è scandito da date precise. Le menti di tutti noi “gamerssssss”, come va di moda dire oggi, sono sempre rivolte alla prossima uscita videoludica, alla prossima volta che potremo mettere le mani sull’ennesimo seguito della nostra saga preferita, o su quell’indie che tanto ci intriga. Ma alle date delle nuove uscite, nel corso degli anni, abbiamo imparato ad affiancarne altre: quelle di tutti gli eventi dedicati al nostro settore nerd di riferimento. E se una volta c’era, più o meno, l’E3 e poco altro, oggi le cose sono cambiate. Già, perchè tutti, ormai, si affrettano a mettere in mostra i loro prodotti migliori approfittando dell’ennesimo evento: che sia quello appositamente messo in piedi da Microsoft o Sony, o il Direct di Nintendo, o qualche premiazione cui accorrono anche le Software House meno famose. E proprio di eventi dedicati a premiazioni voglio parlare oggi.

Ormai abituato alle nottate in bianco passate a guardare in streaming show che si tengono dall’altra parte del mondo, non potevo farmi mancare la diretta dei “The Game Awards 2014”, live from Las Vegas. Poco interessato alla questione “Awards”, ero più che altro curioso di saperne di più sulle anticipazioni annunciate dalle SH che avrebbero preso parte allo show. Sinceramente? Niente di che.

Annoiato, dunque, e capito che da quel punto di vista avrei ricavato ben poco, ho ripiegato proprio sulle premiazioni, che si alternavano alle presentazioni delle “nuove IP”, con in mezzo interviste ai protagonisti e gag divertenti quanto un film dei fratelli Vanzina. Ciò che ho visto e sentito mi ha spinto a fare qualche riflessione che prima, non so perchè, non avevo mai fatto, pur essendomi sorbito molti altri eventi di questo genere. Buttando un occhio alle nominations ai vari premi, infatti, non ho potuto impedire al mio cervello (drogato degli zuccheri necessari a reggere la lunga notte videoludica) di mettersi in moto.

Ciò che mi ha colpito più di ogni altra cosa è stata la confusione. Quella che regnava sovrana nelle nominations. Faccio un piccolo esempio: premio alla “Best Online Experience”. Candidati: COD: Advanced Warfare, Titanfall, Destiny, Hearthstone: Heroes of Warcraft e…Dark Souls II. Dark Souls II????? Si, proprio lui, tiè! Ma mi chiedo: come si fa a paragonare il comparto multiplayer di un titolo come Dark Souls II e di altri come COD o Destiny? E’ sensato provare ad accostare fasi online così diverse tra di loro? DS II è un titolo che non punta all’online, ma lo integra all’interno di un gameplay particolare. Che si cooperi o ci si batta, in DS II, l’esperienza multiplayer è solo uno dei tanti aspetti del gioco, e non quello di punta, come invece accade per Destiny o Titanfall: titoli pensati per essere giocati esclusivamente online. Chi mai potrebbe lontanamente pensare di assimilare cose così diverse? Qualcuno può, evidentemente…

Con il prossimo esempio, invece, entriamo proprio nel mio campo: i giochi sportivi. Dunque: “Best Sports/Racing game”. Candidati FIFA 15, Forza Horizon 2, NBA 2K15, Trials Fusion e…Mario Kart 8. Mario Kart 8???? (lascia stare, dai…) And the winner is…MARIO KART 8! (vai, vai…) Qui credo di aver sentito la mia materia grigia fuoriuscirmi dalle orecchie, indignata. Ricominciamo: è possibile confrontare un titolo come Mario Kart con gli altri quattro? (ATTENZIONE: lungi da me pensare a Mario Kart come un titolo da bambini, o comunque casual. Apprezzo Nintendo, e a 22 anni sto stuprando Pokemon Omega Rubin) Secondo me? No.

Non è minimamente possibile accostare due giochi come Forza Horizon 2 e Mario Kart. Pur essendo due racing, i punti di contatto tra i due candidati al premio in questione si fermano qui. C’è un’evidente differenza di profondità tra i due titoli, ad esempio. E personalmente, se dovessi scegliere tra due racing, non mi verrebbe mai in mente il dualismo Forza Horizon/Mario. Potrei pensare ad un Forza/Grid. Forza/GT”numeroacaso”. Forza/Dirt, al massimo. Il paragone non regge, almeno secondo me. E’ come se, volendo giocare un titolo di calcio, fossi indeciso tra PES e Inazuma Eleven. (piccola parentesi su PES. Mi chiedo: come è possibile che un gioco definito appena qualche tempo fa come “la miglior simulazione calcistica dell’anno” non rientri tra i candidati al “Miglior Sportivo dell’anno”?). Dal gameplay alla resa grafica, dal sonoro al feeling delle auto, dalla customizzazione alle diverse modalità di gioco, per non parlare dell’obbiettivo cui puntano, è francamente palese che i due titoli non abbiano esperienze di gioco assimilabili, che possano in qualche modo metterli in diretta competizione per un trofeo come “miglior racing”, tralasciando del tutto il fatto che titoli sportivi e racing siano comunque messi alla rinfusa in un’unica categoria.

Su altre categorie, preferisco chiudere gli occhi. Vedere Bayonetta 2 scavalcato da Shadow of Mordor come “Best Action” è un colpo al cuore. Vedere la categoria “Best Remaster” è scoraggiante di per sè, e la dice lunga sul trend che sta prendendo l’industria videoludica. Vedere “Dragon Age Inquisition”, uscito praticamente ieri, essere premiato come “Game of the Year”, è…eh. Sentire chiacchiere su chiacchiere riguardo questa next-ge finora piuttosto deludente, in verità, è la solita minestra. Sarà il 2015  l’anno cruciale per l’intero settore, e vedremo chi la spunterà, se mai dovesse riuscirci qualcuno. Per ora, un plauso particolare a Nintendo, che si merita davvero il premio “Best Developer”.

Alla fine della fiera, è il caso di dirlo, cosa resta di questo evento? Niente. Niente che non abbiamo già visto, niente di cui non abbiamo già discusso. Nella mia testa, restano due domande.

La prima: che senso hanno queste classifiche? Oltre pubblicizzare ulteriormente giochi AAA con alle spalle campagne di marketing degne dei kolossal hollywoodiani?

La seconda: quanto fanno bene queste cose all’attuale panormama videoludico? Quanta visibilità si toglie a Software House minori? Quanta ulteriore se ne da alle grandi case? (con questi “Game Awards” si è comunque visto molto indie, ma ora il discorso è più generale) A mio modo di vedere, anche queste cose contribuiscono ad alimentare i flames e le console wars di cui ormai la rete è preda. Questo continuare  a mettere sullo stesso piano cose diverse, premiandone però una sulle altre, a cosa porta?

Sinceramente, non ho risposte particolarmente argute. E capisco che, ai più, questi interrogativi possano sembrare futili e puerili. In realtà, sono solo pensieri a caldo. Pensieri di chi ha visto, negli anni, il settore videoludico espandersi a dismisura, attirando interessi enormi, fagocitando quantità enormi di denaro in cambio, spesso, di prodotti deludenti. E’ una situazione ancora sostenibile, alla luce di tutto quello che stiamo subendo noi utenti, che continuiamo a prendere d’assalto catene fisiche e virtuali per accaparrarci la nostra copia del gioco X sganciando una quantità Y?

In ogni caso, ho capito che un premio sarebbe davvero giusto assegnarlo. Il più giusto, in assoluto. Un bel premio alla fantasia. Di chi stila queste classifiche.

Valar Morghulis.

Il Gioco del Trono

Se c’è una cosa che credo mi avvicini più di altro al mondo Nerd, questa è la lettura. Più di videogiochi, film, cartoni animati. Mi è sempre piaciuto leggere e ho letto tantissimo, fin da piccolo. E, fin da piccolo, come credo sia successo a molti altri come me, ho cominciato ad appassionarmi ad un genere particolare. Sto parlando del fantasy, che, a mio modo di vedere, è il genere più nerd di tutti. Anche della fantascienza.

Sempre come tanti altri, ho cominciato con i grandi classici: da Brooks a Lewis, passando per Tolkien. Credo di aver letto da cima a fondo “Il Signore degli Anelli” qualcosa come cinque o sei volte, senza mai stancarmi. Del maestro nato in Sudafrica è anche il mio libro preferito in assoluto, “Lo Hobbit”, letto per la prima volta alla “tenera età” di 11 anni, e l’ultima solo qualche mese fa. Il fantasy de “Lo Hobbit” è, a mio modo di vedere, il fantasy perfetto. E’ la più alta forma del genere mai espressa, e credo che nessuno potrà mai creare qualcosa di altrettanto meraviglioso e stupefacente. Semplicemente, IL fantasy.

Quante volte ho già ripetuto “fantasy”?

Ad ogni modo, la vita di ognuno di noi, è destinata ad essere cambiata da qualcosa. Che sia un’esperienza, una persona, una situazione particolare, o un episodio casuale, è così. La mia vita è cambiata un giorno di qualche anno fa, quando, per il mio quattordicesimo compleanno, mi fu regalato un libro. Non ricordo da chi, in realtà non ha neanche molta importanza. Ricordo perfettamente che aprii il pacchetto con curiosità e speranza. Quella di trovarci dentro un altro capolavoro del Maestro. Non fu così, ma non rimasi deluso. Perchè, invece del Maestro, incontrai lo Zio.

Quel libro aveva un titolo che, ai miei occhi di 14enne, sprizzava fantasy da tutti i pori: “Il portale delle Tenebre”. L’autore, George R. R. Martin, era per me poco più che un nome che condivideva qualche lettera con quello del mio scrittore preferito. Avrei cambiato presto opinione…

Ricordo che mi immersi nella lettura la sera stessa. E mollai dopo una trentina di pagine. Perchè? Perchè la cosa mi puzzava. Non riuscivo a spiegarmi come mai, in quei primi capitoli, non venisse presentato un personaggio, o dato un contesto generale a ciò che stava accadendo. Tutto mi sapeva di storia già ben avviata. Ma mi piaceva troppo. Lo stile, le parole usate, i botta e risposta tra i personaggi…era tutto molto affascinante, ma non volevo rischiare di rovinarmi qualcosa. Con l’eccitazione che solo l’adolescenza può conoscere, promisi a me stesso di correre in libreria, il giorno successivo, per provare a saperne qualcosa di più. E così feci.

Quello che si spalancò sotto di me, sullo scaffale della libreria, fu un altro mondo. Avevo scoperto una nuova terra. Me ne resi conto subito, sfogliando tutti i libri della collana a quel tempo disponibili. Le edizioni economiche (e nel 2006 c’erano solo e soltanto quelle) non avevano neanche i numeri. C’erano solo copertine con immagini strane e colori diversi, senza un minimo riferimento a qualsivoglia successione cronologica. Dovetti chiedere al negoziante di aiutarmi a capire da dove cominciare, e ricordo che neanche lui sapeva dove mettere le mani.

In ogni caso, iniziai dalla parte giusta. “Il trono di spade” fu il mio primo vero, serio, cosciente approccio al mondo partorito dalla mente geniale di George Martin. L’uomo destinato a scalare la mia personale classifica degli “scrittori preferiti”.

Ciò in cui ci si imbatte leggendo “Le cronache del Ghiaccio e del Fuoco” è un fantasy molto particolare. Per quanto mi riguarda, ho avuto da subito la sensazione di essere calato nella cruda realtà, e non in un mondo popolato da super-uomini e strane creature, o nella classica situazione in cui Bene e Male sono destinati a combattersi per la supremazia dell’uno sull’altro. Ed è molto strano, per uno che non ha fatto altro che leggere di uomini, elfi, nani, orchi, animali parlanti e draghi sputafuoco, realizzare di trovarsi davanti a qualcosa che E’ quello, ma non come lo si è sempre conosciuto.

L’idea che mi sono fatto nel corso degli anni, a proposito della saga scritta da Martin, è che tutto ciò che ha scritto sia in scala di grigi. Proprio perchè nel suo mondo non esistono bianco e nero. Il genere di Martin sta tra il romanzo storico e il fantasy classico, ma in un modo tutto suo. E’ incredibile come si riesca a passare da una situazione in cui due o più personaggi discutono di politica all’interno di un palazzo al centro di una grande città, alla descrizione della foresta in cui dimorano esseri terribili pronti a scagliarsi senza pietà contro chiunque sia a portata delle loro mani avide. E’ meraviglioso come la varietà delle vicende raccontate riesca a non annoiare mai, e anzi, non faccia altro che spingere il lettore a passare alla prossima pagina, dove potrà essere il mare tempestoso che infuria contro le scogliere di un piccolo arcipelago nel remoto Nord o il mercenario di una compagnia dalla storia antica e gloriosa che combatte nel caldo deserto del profondo Sud. Chiunque, addentrandosi nei Sette Regni, non potrà evitare di provare quella magica sensazione di VIVERE ciò che in realtà starebbe solo leggendo. Ed ecco che, come per magia, chiunque potrà sentirsi come il nobile invitato allo sfarzoso matrimonio dell’erede al Trono di Spade, o il soldato spaventato dalla battaglia che sta per scatenarsi sulle Acque Nere. Ci si può sentire bambini persi in un mondo che sembra troppo vasto e troppo spaventoso, o intrepidi esploratori dell’ignoto. Capitani di ventura pronti a gettarsi nella prossima mischia, o semplici avventori di una delle tante locande agli angoli di una qualsiasi città, intenti, boccale alla mano, a discutere con il pellegrino appena arrivato in città dell’ennesimo tradimento del signorotto locale. Insomma, quando si parla delle “Cronache” (quelle vere) e di Martin, a me viene in mente tutto questo. Sono queste le sensazioni che ho provato, queste le esperienze che ho vissuto, nel corso del tempo, leggendo questa saga.

Mi sono emozionato, ho riflettuto, ho pianto e gioito. Ho sentito un nodo alla gola, il cuore sobbalzare nel petto, la pelle d’oca. Perchè niente è mai banale e scontato, nei Sette Regni. Tutto è architettato affinchè arrivi, forte e sicuro come un dardo scagliato dal miglior arciere, al cuore del lettore. Parlare di quanto incredibilmente realistici e palpabili siano i personaggi, di quanto appassionanti ed oscure le lotte e gli intrighi di palazzo, di quanto dure le battaglie, di quanto lunghi gli inverni e felici le estati ormai dimenticate nel tempo, non renderebbe giustizia a questa saga. Perchè le parole giuste per descrivere tutto ciò sono quelle del suo autore. E non c’è miglior modo di scoprire, che vivere.

Più che una recensione, questo voleva essere un tributo. Il mio personale, insignificante tributo all’uomo e allo scrittore, alla sua creatura. E poco importa che io parteggi per i Lannister, che ami alla follia quella pazza di Arya, quella gnocca di Cersei e quell’immenso uomo che è Jaime. Poco importa che non sopporti le continue paturnie di Sansa e la cronaca indecisione di Jon Snow. Questi sono i pensieri di un lettore che ha visto cambiata la sua vita da un libro. La passione che provo per quest’opera mi impedisce di addentrarmi in tecnicismi, di analizzare lucidamente qualsiasi cosa un recensore starebbe lì a soppesare sulla bilancia del meritevole e del deprecabile.

Tutto ciò che posso dire a chi leggerà queste righe è…lasciatevi trascinare anche voi, nel gioco del trono.

E se l’avete già fatto, beh…Valar Morghulis.

Ubisoft, perchè?

Premessa: ciò che leggerete nelle prossime non vuole in alcun modo essere un’analisi tecnica dettagliata o approfondita, nè tantomeno una recensione. Sarà solo uno “stream of consciousness”, delle riflessioni spontanee che il sottoscritto ha elaborato nel corso dell’esperienza videoludica legata ai titoli che andremo a confrontare. Let’s go.

Dunque, 2014 inoltrato. La next-gen è ormai divenuta “current” a tutti gli effetti: le nuove console ammiraglie di Microsoft e Sony, dopo un avvio piuttosto stentato, stanno cominciando ad ingranare. Ciò è legato, soprattutto, alle recenti uscite di questa seconda parte di anno. I vari Call of Duty, FIFA, PES, Assassin’s Creed e chi più ne ha più ne metta, hanno evidentemente spinto gli ultimi indecisi a sborsare svariate centinaia di euro per portarsi a casa l’ultimo gioiellino tecnologico Made in USA/Japan. Tra gli ultimi giochi rilasciati, ce n’è uno che il sottoscritto ha aspettato con ansia, mangiandosi ettari di unghie ad ogni nuova anticipazione o teaser trailer rialsciato da Ubisoft. Sto chiaramente parlando di Far Cry 4, l’erede designato a succedere a Sua Maestà Far Cry 3. Comprato in Limited, al Day One, e subito installato e provato sulla mia “fiammante” Xbox One, Fra Cry 4 ha impiegato veramente poco ad impressionarmi. Diciamo che è bastato sentire “Should I stay or should I go?” a fine intro per provocarmi erezioni incontrollate. Mentre proseguivo, però, nel giocare il (piuttosto lungo, in verità) tutorial, non potevo smettere di pensare? A cosa? Alla Ubisoft…

Già, perchè non ho potuto non tornare indietro con la memoria a qualche mese fa, quando accompagnai all’acquisto dell’Xbox One la “nuova” IP di casa Ubisoft, attirato tanto da ciò che avevo sentito in rete, quanto dalla passione per i titoli “free roaming”: sto parlando di Watchdogs, ovviamente. Da sempre ingenuo ottimista, almeno in campo videoludico, non ho potuto resistere alla tentazione di provare con mano un gioco che sapevo già essere deludente sotto molti punti di vista, nella speranza che, per chissà quale arcano motivo, potesse in qualche modo sorprendermi. Non c’è riuscito, ahimè, ma questo mi fornisce il pretesto per arrivare finalmente al mio obbiettivo: capire perchè Ubisoft riesca a sfornare, a pochi mesi di distanza, un gioco pazzesco come Far Cry 4 e una delusione come Watchdogs.

Che Watchdogs abbia avuto una storia travagliata è ormai cosa risaputa. Arrivato sugli scaffali dopo rinvii su rinvii, come detto, non è riuscito a colpire i videogiocatori affrettatisi a fare il passo verso le next-gen. Perchè? Per molteplici motivi. Tralasciando gli enormi problemi tecnici riscontrati da chi lo ha provato su PC, il problema principale del gioco è il gioco stesso. Classico free roaming in terza persona, Watchdogs non presenta nulla di particolarmente innovativo nel gameplay. Il solo smartphone del protagonista, usato per intercettare conversazioni, svuotare conti in banca ed intrufolarsi nella vita dei passanti non basta a fare di Watchdogs un valido concorrente per tutti quei giochi “alla GTA” che arrivano annualmente sul mercato. Puntare sull’hacking come fulcro del gioco poteva decisamente essere una mossa intelligente, ma a questo andava affiancato tutto il resto: dalla trama alla caratterizzazione dei personaggi, da feeling delle armi alla fisica delle automobili. E questo non è stato fatto. Pensandoci bene, cosa abbiamo, in Watchdogs? Una Chicago davvero convincente, in cui si muove un hacker tanto spietato quanto frignone che affronta situazioni noiose come una puntata di Forum. La trama è piatta, per non dire estremamente legata a stereotipi stra-abusati nel mondo videoludico, e non riesce mai a risollevarsi dalla mediocrità in cui sguazza. Il protagonista, Aiden Pierce, è monocorde, poco carismatico, eccessivamente silenzioso. Non esita a gettarsi all’inseguimento del malfattore di turno, ergendosi a paladino del cittadino medio, mettendo però a repentaglio la vita del suddetto con il suo stile di guida legnoso applicato ad auto che non sembrano essere in grado di affrontare una curva sotto i 90 gradi. Una volta raggiunto il già citato malfattore, poi, il nostro eroe deve pure confrontarsi con una delle IA più insulse viste negli ultimi anni. Impossibilitato a fare fuoco dalla macchina, il buon vecchio Aiden è costretto ad esporsi al (poco preciso, in verità) fuoco nemico per completare il proprio dovere di sorvegliante e giustiziere solitario di serpentine elettriche, cancelli automatici e minigiochi di cui ci stanca dopo la prima mezza volta che li si affronta. Se a tutto ciò aggiungiamo anche un panorama di missioni secondarie vario come il fenotipo medio cinese (senza offesa), la frittata è bella che fatta.

Ecco, Far Cry 4 potrebbe essere definito come l’esatto opposto di Watchdogs. O, meglio ancora, ciò che Watchdogs vorrebbe essere, ma non è. Eppure, le differenze evidenti tra i due titoli, sono estremamente esigue. Anzi, direi che si può ridurre ad una sola: la visuale che si ha del protagonista. In Far Cry 4, infatti è in prima persona, e ciò non fa che aumentare l’immedesimazione. Per quanto io non ami gli FPS, Far Cry fa eccezione. Perchè sono riuscito a passare sopra, già con Far Cry 3, a ciò che per me rappresenta un “difetto”, rapito da tutto il resto. L’ambientazione himalayana è semplicemente spettacolare e riesce ad offire scorci di paesaggi mozzafiato. Dalle cime innevate ai laghetti di montagna immersi nella vegetazione. Non distinguendosi per una trama originale o un protagonista indimenticabile, anche in questo Far Cry si è deciso di puntare sul cattivone di turno, il sempre sgargiante Pagan Min, che fin dalla prima apparizione risulta tanto ripugnante quanto affascinante. Non come un certo Vaas Montenegro, ma insomma… E a far risaltare tutto il resto, c’è il gameplay. Puntando alla totale libertà di movimento all’interno della mappa di gioco, anche durante le missioni prinicipali, Far Cry 4 funziona come e meglio del suo predecessore. Guidare, sparare, saltare, cacciare, cavalcare elefanti, conquistare avamposti e scalare torri di segnalazione è estremamente divertente, e mai uguale a sè stesso. Ogni situazione può essere affrontata in molteplici modi, dietro ogni angolo c’è una sfida diversa. Ogni essere vivente, che sia nemico o amico, quadrupede, volatile o subacqueo è animato splendidamente e reagisce in modo credibile alle nostre azioni, fornendo un’immedesimazione ancora più profonda, se mai l’ambientazioe in sè non bastasse. Insomma: Far Cry 4 è, per me, già gioco dell’anno. Ha saputo degnamente reggere il confronto con il suo predecessore, e forse l’ha superato. E’ tutto ciò che un amante del free roaming (che sia TPS o FPS) potrebbe desiderare.

E qui torna l’interrogativo che ha preso corpo nella mia mente, mentre affrontavo le prime ore di gioco su questo capolavoro: perchè? Come può una Software House famosa e potente come Ubisoft passare dal flop al top, dalle stalle alle stelle, in così poco tempo, con due giochi che il videogiocatore informato e appassionato aspetta con hype incredibile? Perchè devo restare deluso da un gioco che potenzialmente potrebbe piacermi di più e godere come un riccio con un altro che, invece, non rispecchia al 100% il mio videogioco ideale? Perchè Watchdogs mi ha fatto cacare e Far Cry 4 mi ha eccitato solo con l’intro? Perchè, Ubisoft? Perchè?

Questione di background

Benvenuti, cari lettori e lettrici, in questo piccolo angolino di Web. Ciò che troverete qui, semplicemente, è passione. La passione di un Non-Nerd, come da titolo, per il mondo Nerd. O, almeno, per qualcosa che di quel mondo fa parte. Non credo ci sia bisogno di sapere cosa sia un Nerd. Qualche delucidazione in più è doverosa, invece, per quanto riguarda il Non-Nerd.

Cos’è un Non-Nerd? Sono io. O, quatomeno, la definizione migliore che il sottoscritto ha trovato per sè stesso. Non è il massimo dell’originalità o della fantasia, lo ammetto, ma è esattamente ciò che sono. Amo il mondo Nerd. Che siano fumetti, videogiochi, film, cartoni animati e tutto ciò che a queste cose è legato. Dai gadget ai forum su Internet. Non c’è qualcosa di questo mondo (tranne rare eccezioni) che non meriti almeno un’occhiata, a mio avviso. Io, però, come già detto, sono un Non-Nerd.

Il Nerd non è colui che porta gli occhialoni a fondo di bottiglia o sacrifica tutta la sua vita sociale sull’altare della solitudine digitale o cartacea. Non è il secchione, il genio della classe, l’appassionato di tecnologia. Non è quello a cui chiedete aiuto quando vi si impalla il PC.

Ad essere sincero, io non so che cosa sia un Nerd. Non esiste IL Nerd. Esistono persone che, a vario titolo, si identificano in una certa cultura, che condividono la stessa forma mentis, che amano le stesse cose. Poi ci sono i Non-Nerd, che sono più facili da classificare. Sono tutti gli altri. E tra questi, ci sono io.

Arriviamo al punto: ciò che mi manca per essere Nerd, ed è ciò che da il titolo a questo lunghissimo e confusissimo post, è il backgound. In 22 anni di vita, ho mancato talmente tante di quelle cose che stanno alla base della cultura Nerd “di base”, che io stesso non riesco a nascondermi, a cercare di arrampicarmi sugli specchi. Semplicemente, alzo le mani, mi arrendo di fronte all’evidenza. Inutile ripetere l’elenco prima proposto: che siano opere digitali, cartacee o su pellicola, ecco che emergono le mie lacune.

Sono nato all’inizio degli anni ’90, forse tardi per poter “vivere” alcune cose, ma decisamente in tempo per altre. Eppure, da bambino, da adolescente, molto francamente, me ne fregavo. Avevo le mie console, i miei giochi preferiti, le mie carte dei Pokemon, poi le mie Magic. Avevo VHS Disney e ore su ore di TV e cartoni animati (quelli veri, quelli sani, quello belli). Avevo Topolino e i classici della lettura, poi il fantasy in molte sue forme. Ma non capivo. Non conoscevo tutto ciò che c’era, e che c’è, dietro a tutto questo. Non conoscevo le persone. E non le conosco tuttora, quantomeno fisicamente, intendo. E’ questo che io chiamo background.

Niente background, dunque, niente Nerd. Almeno per me, per la mia coscienza. E va bene così. Negli ultimi anni ho scoperto dei lati del mio carattere che non conoscevo. Mi sono sorpreso nel ritrovarmi a reagire in alcuni modi a determinate circostanze. Mi sono avvicinato, timidamente, al mondo Nerd. In silenzio, mi sono messo sotto: ho recuperato qualcosa. Non tutto, sarebbe impossibile, ma per ora quel piccolo “qualcosa” è già un immenso passo avanti. Molto altro, lo troverete qui.

Si, perchè è qui che ho intenzione di riversare tutto ciò che mi aspetta. Tutto ciò che proverò, che recupererò,,che vedrò, che leggerò, che giocherò, che penserò. Sarà una sorta di confessionale, ma senza stupidi obblighi di mantenere chissà che segreti. E sarà qui, tutto a disposizione di chi avrà la pazienza (e il coraggio) di leggere, magari di lasciare un pensiero a sua volta, che sia positivo o negativo. Che sia un insulto o un complimento, un incoraggiamento o un “lascia stare” uscito dal cuore di chi può saperla molto più lunga del sottoscritto.

Questo posto, per quanto fisicamente inesistente e digitalmente limitato, non avrà tuttavia limiti. O almeno spero…

Alla prossima e…Valar Morghulis.

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