L’inaspettato scivolone di Black Mirror

Ci ho messo un po’, a decidermi a scrivere questo post. Per vari motivi, il più importante dei quali è che Black Mirror è una serie straordinaria, tra le mie preferite in assoluto. Ed è proprio per questo che ho mi ci sono voluti giorni per scendere a patti con quella che è, a conti fatti, una delusione enorme: il secondo episodio della terza stagione. E non c’è stato niente da fare: l’ho riguardato tre, quattro volte, per provare a convincere me stesso di essermi sbagliato. Ho provato ad analizzare, a scavare in profondità, ad inventare un secondo livello di lettura. Che non trovato. Perchè non c’è. Così come non c’è profondità, né alcun tipo di analisi. A differenza di (quasi) tutto il resto della serie.

Giochi pericolosi” è come una macchia sul vostro paio di jeans preferiti. Sta lì, e non se ne va. Non ha importanza quante volte proviate a toglierla, né come. Lei se ne sta lì, beffarda, incurante dei vostri sforzi. Tanto che non vi resterà molto da fare: accettarne la presenza o distruggerla. Vergognarvi di girare con i vostri bei jeans così conciati, ma farlo lo stesso, o gettarli via, nasconderli nell’angolo più polveroso dell’armadio, pentendovi di averlo fatto appena richiusa l’anta. Io, da fan, ancora non ho deciso cosa fare. Parlare di Black Mirror come se quella puntata non esistesse, o sottolinearne invece l’esistenza non appena si tocca l’argomento? In ogni caso, penso di dovermi spiegare.

Dunque, riassunto SPOILERante: dopo aver intrapreso un “giro del mondo in 80 giorni 2.0”, Cooper, ragazzotto americano con più barba che neuroni, si ritrova a Londra, senza un soldo, perché Aiden Pierce (Dio lo abbia in gloria) gli ha hackerato e svuotato il conto in banca proprio un attimo prima che lui riuscisse a comprare il biglietto per far ritorno in patria. Dovendo comunque rientrare perché la mamma è preoccupata per lui, e non smette di chiamarlo al cellulare (immagino la bolletta), il nostro decide di trovarsi un lavoretto. Attraverso un’app che boh, trova quello che fa per lui: tester di videogiochi per una nota quanto misteriosa software house dal nome nipponico (che non gusta mai). Molto bene: un lavoro ben pagato, e guarda la combinazione, anche un modo per fare un favore alla sua nuova fiamma londinese, la bella Sonia, appassionata di videogiochi e giornalista/programmatrice/nonhocapitobenecosa, che propone al nostro eroe di scattare qualche foto per ottenere un’esclusiva da rivendere alla stampa sulla tanto chiacchierata prossima opera del genio visionario fondatore dell’omonima software house. Quando si dice il culo.

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Perchè, Sonia? Perchè?

Assunto, Cooper è accompagnato nella sede della software house, poco fuori Londra, dove è preso in consegna da Katie, un’impiegata incaricata di seguirlo, che, come misura di sicurezza, gli ritira il cellulare prima di condurlo nella stanza dove terrà il test. Qui, la solerte Katie si accorge però che manca l’ultima pagina del contratto di non-divulgazione che Cooper deve firmare prima di iniziare. Esce, dunque, per andare a prenderla, ma, attenzione, lascia sul tavolo il cellulare di Cooper, il quale, ovviamente, lo recupera per scattare una foto al contenuto della misteriosa valigetta test che la puntuale impiegata ha incautamente lasciato nella stanza. Quando questa rientra, Cooper ha finito di giocare al piccolo James Bond, ed è tranquillamente seduto al suo posto, dopo aver rimesso tutto in ordine. Firmato il contratto, si può cominciare. A Cooper viene iniettato sottopelle un chip che gli permette di vedere in realtà aumentata senza alcun tipo di supporto esterno, ma, proprio durante la sincronizzazione del chip con quella che si potrebbe chiamare unità centrale (nonchè il cervello dello stesso Cooper, perché il chip è in grado di connettersi direttamente all’attività cerebrale di chi lo porta), lo smartphone del nostro squilla per la chiamata della solita mamma. Cooper avverte qualcosa di strano, l’impiegata armeggia per spegnerlo (“eppure ero sicura di averlo spento prima”, si, ma poi l’hai lasciato lì insieme alla valigetta, genio del male) e tutto sembra rientrare nella norma.

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Il buon Cooper in una delle sue espressioni più intelligenti

Il test cui Cooper si sottopone non è nient’altro che una versione virtuale di “acchiappa la talpa” in realtà aumentata. Wow, se questo è il futuro dei videogiochi sono già eccitato. Ma, sorpresa, non è finita qui. Strabiliata dal fatto che Cooper veda la talpa in perfetto 3D, Katie gli propone di passare ad un livello successivo, e provare il “core” di ciò che la software house dell’Hideo Kojima wannabe (tal Saito) da cui lo conduce sta realizzando: un survival horror in realtà aumentata. Wow cazzo, l’originalità. Cooper viene quindi condotto in una vecchi casa che farà da ambientazione per il videogioco e lasciato lì, mentre Katie si allontana per ricontattarlo via radio poco dopo e istruirlo su quanto sta per accadere. Il chip che gli è stato impiantato si connetterà alla sua attività cerebrale per carpirne i segnali e rielaborarli sotto forma di input audio-visivi che, udite udite, incarneranno le peggiori paure che il nostro eroe cova nel profondo della sua (scarsa) materia grigia. In quanto realtà aumentata, ovviamente, niente di ciò che vedrà potrà fargli alcun male.

E qui, la noia, subentrata già da tempo, si fa completamente vuoto, lo stesso che alberga nella mente di Cooper. Che affronta, nell’ordine, ragni giganti, il bullo delle medie vestito da Willy Wonka e un ragno gigante con la faccia del bullo vestito da Willy Wonka. Roba da teen-horror di quart’ordine che passa in tv il giovedì pomeriggio. Giusto per capirsi. Poi la situazione precipita. Perchè in casa irrompe la bella Sonia, che gli fa un discorso senza senso per poi tentare di ucciderlo con un coltello che lo stesso Cooper le pianta in testa dopo averle letteralmente asportato la pelle del cranio. Tutto molto strano e per niente spaventoso, visto che sappiamo che nulla di ciò che Cooper vede può interagire fisicamente con lui. Da qui in poi è totale delirio. Cooper vuole fuggire, viene trollato dalla sua guida e costretto ad entrare in una stanza in cui crede esserci la madre morta. Non è così, ma il trolling di Katie si fa più pesante, e Cooper non si riconosce neanche più allo specchio. Scopriamo dunque che la paura peggiore di Cooper è dunque quella di dimenticare, proprio come accaduto al padre, affetto da Alzheimer e morto poco tempo prima. Cooper impazzisce e tenta di strapparsi il chip, ma viene fermato da Katie e Saito. Quest’ultimo prima si scusa per aver sostanzialmente provocato la perdita di memoria di Cooper, e poi ordina a due energumeni di portarlo via, e di “metterlo insieme agli altri”. Colpo di scena.

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MAMMAMIACHEPAURA

E invece no. Cooper si risveglia nella stessa stanza dove ha giocato ad “acchiappa la talpa”, con Saito che gli spiega la situazione: qualcosa è andato storto, e il nostro è entrato in contatto con la realtà aumentata solo per UN SECONDO. Tutto quello che è accaduto prima, dunque, altro non era che una specie di visione. Durata un secondo. Inception levate. Al cambio d’inquadratura, Cooper è tornato in America: è davanti casa sua, entra e trova la madre, sconvolta, non in grado di riconoscerlo. Strano, cazzo, eppure lo chiamava trenta volte al giorno fino a ie…altro colpo di scena.

Cooper è ancora nella stanza del test, seduto, ma questa volta in preda ad una specie di crisi epilettica. Non fa in tempo ad invocare la madre, che è morto. Lo rivediamo in una body-bag, mentre Katie e Saito parlano tra di loro, in giapponese (perché?). L’esperimento è fallito perché il telefono è squillato (questa volta davvero), facendo interferenza con il chip e mandando in pappa i (pochi) neuroni di Cooper. Il test è durato, in tutti, appena 0,04 SECONDI. Fine. Inception chi?

Ora, devo realmente elencare tutti i motivi per cui “Giochi pericolosi” non funziona? Riflettiamo un attimo: cos’è Black Mirror? Una serie con un tema ben preciso: il dominio della tecnologia sulla vita umana. Ma quanto di questa tema è effettivamente presente in questa puntata? Per me, molto poco. Per non dire nulla. Ed è questo il problema principale, ovviamente. Perchè se ogni episodio di Black Mirror mi ha portato a riflettere, ad interrogarmi sulla strada che la tecnologia sta percorrendo, e su come questa strada sia profondamente legata alla vita di ognuno di noi, “Giochi pericolosi” no. “Giochi pericolosi” non mi ha trasmesso nulla da questo punto di vista. Perchè, almeno a mio avviso, non prospetta qualcosa di credibile.

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No, neanche la talpa

Ciò che l’episodio mostra è allo stesso tempo troppo e troppo poco. E’ troppo, perché si parla di chip sottopelle che interagiscono direttamente con l’attività cerebrale; ed è troppo poco perché cosa si possa effettivamente ottenere da questi chip, in realtà, non ci viene mostrato affatto. Tutto ciò a cui assistiamo nel corso della puntata, non è altro che una specie di visione, di proiezione mentale del protagonista. Causata dalla banale interferenza tra un cellulare acceso e il chip. E che dura 0,04 secondi. La sensazione, è che ci si sia spinti troppo in là senza realmente avere idee.

Ora, lasciamo da parte per un attimo il piccolo dettaglio della proiezione mentale, e analizziamo la faccenda dal punto di vista videoludico. In “Giochi pericolosi” troviamo tutte quelle che sono le “mode” del momento nel campo: dalla realtà aumentata (che il mondo ha potuto sperimentare grazie a Pokèmon Go) all’immedesimazione totale del giocatore nel videogioco (attraverso i visori, ad esempio, anche se qui non ce ne sono). Tutta roba che poteva apparire futuristica fino a dieci giorni fa, e non solo agli occhi di un qualsiasi appassionato di videogiochi. Parliamoci chiaro: “acchiappa la talpa” in realtà aumentata? Chi sarebbe realmente disposto a farsi iniettare un cazzo di chip alla base del cranio per una stronzata di sì colossali proporzioni? E non mi importa che nella puntata venga presentata come una demo. Perchè è una cazzata e basta. Così come è una cazzata la casa degli orrori in realtà aumentata che Cooper sperimenta (sempre nella sua proiezione, ovviamente, ma continuiamo a fare finta che sia successo davvero). Sarà pure questa una demo, per carità, ma seriamente? Ripeto: farsi impiantare un chip alla base del cranio per vedere le nostre peggiori paure in realtà aumentata? Suvvia, basta il luna park. Soprattutto perché non c’è alcun tipo di interazione possibile con ciò che ci si presenta davanti. Avendo ben presente questo, quanto dell’immedesimazione va immediatamente perduto? Direi tutto, visto che l’interazione è la base del medium-videogioco. Ciò a cui Cooper “gioca” non è un survival horror. Non ci va neanche vicino. E non credo di dover spiegare le ragioni di questa affermazione. Da videogiocatori, e da videogiocatori del 2016, queste sono facezie. Mi sarei aspettato molto di più da una puntata di Black Mirror a tema videoludico, da questo punto di vista. Perchè ho visto fare molto di più in campi molto meno esplorabili di quello dei videogiochi, il cui potenziale sotto questo aspetto è infinito. Buona l’intenzione, molto meno la realizzazione.

Infine, un aspetto decisamente secondario dell’intera faccenda: l’horror. L’ho già detto: stiamo parlando di un “horror” che, semplicemente, non fa paura. Neanche a uno come me, che non guarda film horror (si, sono un cagasotto). Il clichè della casa degli orrori, i prevedibilissimi jumpscare…tutta roba che da Black Mirror, francamente, non mi sarei mai aspettato. No, non va, mi dispiace. Sarà un problema mio, per carità…forse non ho capito niente, forse ho frainteso tutto, forse avevo aspettative troppo alte, chissà…resta il fatto che, per quanto mi riguarda, “Giochi pericolosi” è stata una delusione tanto cocente quanto del tutto inaspettata. Per fortuna, però, poi è arrivato l’episodio successivo…

Valar Morghulis

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Harry Potter e la forza di un universo

Immaginate di essere gli autori di una delle saghe letterarie più famose di sempre. Anzi, della saga letteraria di maggior successo di sempre. Bene. Ora immaginate di averla chiusa, questa saga, ormai da qualche anno. Ma immaginate anche di avere una fanbase tanto vasta quanto affamata, desiderosa di avere sempre di più della suddetta saga. Insomma, dovete fare i conti con schiere di fan pronti a bersi qualsiasi cosa, anche la più insignificante, pur di avere qualsiasi altra cosa da leggere, guardare, e, possibilmente, comprare. In poche parole, avete una gran vacca da mungere. Una vacca di proporzioni gigantesche. E, soprattutto, una vacca da poter mungere potenzialmente all’infinito.

Avete idee. Voi e il vostro entourage. Ah, se ne avete. Merchandising ufficiale da vendere a prezzi folli, un sito Internet completamente dedicato alla saga, su cui pubblicare, sotto varie forme, qualsiasi cosa che abbia a che fare con questa, anche e soprattutto quei dettagli insignificanti di cui i vostri fan sono così affamati. E, infine, (almeno per il momento) film tratti a forza da spin-off della saga e pièce teatrali che definite “sequel canonici”. In poche parole, state mungendo la vacca. Come è giusto che sia, ma assumendovi dei rischi piuttosto considerevoli, soprattutto con le ultime due operazioni. Rischi calcolati? Forse. Sicuramente calcolati male, almeno per quanto riguarda una delle due operazioni. Rischiate, in poche parole, tanto di attirare nuovi fan quanto di deludere una buona fetta di quelli di più vecchia data. Perfetto.

Ora basta immaginare. Se leggendo queste righe non vi è venuto in mente un nome, potete anche smettere di leggere. Perchè significa che non avete idea di chi sia J.K. Rowling e la sua creatura letteraria, la saga di Harry Potter, e di cosa questa abbia rappresentato per milioni di persone nel corso degli ultimi vent’anni circa. Tutte cose che non descriverò in alcun modo, un po’ perché non mi interessa farlo, ma soprattutto perché non sono un fan di Harry Potter.

Neanche un detrattore, sia ben chiaro, ma insomma, mettiamola così: nel periodo in cui stavo per cominciare il liceo, molti miei coetanei aspettavano con ansia l’uscita di Harry Potter e i Doni della Morte. Io, per contro, divoravo uno dopo l’altro tutti i capitoli delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco usciti fino a quel momento. Certo, avevo anche letto tutti i capitoli di Harry Potter, ma allo stesso tempo avevo fatto il salto dalla letteratura per ragazzi a quella per adulti. In tutta l’arroganza dei miei brufolosi quattordici anni, ero convinto di essermi elevato al di sopra della massa, e ne è prova il fatto che abbia recuperato Harry Potter e i Doni della Morte ad anni di distanza dalla sua uscita, complici i tempi di scrittura non proprio serrati di George Martin.

Aver letto il capitolo conclusivo della saga di Harry Potter a diciotto anni suonati, però, mi ha permesso di capire molte cose. Innanzitutto, che Harry Potter non fa decisamente per me. Non lo faceva prima, ai tempi in cui lo leggevo con continuità, spinto sostanzialmente dalla curiosità di sapere se Voldemort sarebbe riuscito a far fuori quella mezza calzetta di Harry, e l’avrebbe fatto ancor meno da “adulto”. Per tutta una serie di motivi che, andando a stringere, potrei riassumere semplicemente con la mia assoluta incapacità di immedesimazione nell’universo magico potteriano. Non sono mai riuscito a calarmici dentro, ma il perché non saprei spiegarlo. Ho letto e riletto i libri fino a consumarli (tranne l’ultimo, che ho letto solo una volta, molto attentamente, per poi passare ad altro), ma non c’è stato verso.

Questo, però, non significa che io non apprezzi la saga potteriana da un punto di vista più oggettivo, riconoscendone gli indubbi meriti ed essendo convinto del fatto che dovrebbe essere assolutamente inserita in qualsiasi antologia scolastica. Insomma, credo si sia capito, non sono un Potterhead (anche se ho la foto al finto binario 9e3/4 a King’s Cross, con la sciarpa di Serpeverde), ma un semplice lettore che continua ad osservare a distanza la situazione, e che non si perderà una sola delle cose marchiate HP. Harry Potter and the Cursed Child compreso. Già, perché voglio partire proprio da questo, riallacciandomi al discorso iniziale, per arrivare al dunque.

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Tre anni e venti chili fa non sapevo dove guardare

Hai letto Harry Potter and the Cursed Child? Si. E com’è? ‘nammerda. Stacce. Ed ecco qui il punto. Da vecchio lettore della saga, Harry Potter and the Cursed Child mi ha letteralmente disgustato. Un sequel (perdipiù definito canon) di una saga bella che esaurita era esattamente ciò che non mi serviva. E non solo, o meglio, non principalmente perché sia decisamente scadente sotto praticamente tutti i punti di vista, ma perché va a riempire un vuoto che non aveva bisogno di essere riempito: il vuoto post-saga. Per quanto mi riguarda, l’universo potteriano post-Voldemort non ha praticamente senso di esistere. Perchè non c’è Harry Potter se non c’è Voldemort, e se non c’è Voldemort non c’è più niente da dire. Ho sempre considerato Voldemort il vero cardine di tutta la saga, la chiave di volta distrutta la quale viene semplicemente giù tutto quanto, e l’intero universo perde completamente d’interesse.

Non mi importa niente di cosa faranno dopo Harry, i suoi compari e i loro figli, non mi importa di chi si sposa con chi e con quali nomi orribili battezza i propri pargoli. Perchè è venuto meno il motore dell’azione, e tutto quello che c’è intorno, Harry in testa, è davvero di scarso, scarsissimo rilievo. Un sequel, quindi, per quanto mi riguarda, era davvero tutt’altro che necessario (non mi soffermerò, qui, sull’idea di pubblicare il copione dell’opera teatrale sotto forma di libro, perché è davvero ridicola). Quello che è davvero interessante (e qui sta, a mio avviso, la grandezza della Rowling) è l’universo pre-Harry Potter, il suo essere ammantato da un’aura di mistero che non può non affascinare e spingere a volerne sapere sempre di più, sull’onda del non-detto che permea tutta la saga potteriana. Mi riferisco, ovviamente, alle origini di tutto quanto. Dalle vicende di Silente a quelle dello stesso Voldemort, passando per quelle di personaggi che sentiamo solo nominare o che vediamo di passaggio nel corso della saga, e che non possono non esercitare un’attrattiva fortissima.

Non è un mistero né una novità, quella del fascino che emanano le origini di un universo narrativo, ma sono convinto del fatto che pochi scrittori abbiano saputo giocarci con la stessa maestria con cui ci ha giocato (e continua a giocarci) J.K. Rowling. Ed è proprio per questo che sono estremamente combattuto tra i due estremi della faccenda: sapere tutto o non saperne niente. Cos’è meglio? Scoprire tutto del passato o lasciare che questo rimanga avvolto dalla densa nebbia o dalla leggera foschia che lo nasconde ora di più, ora di meno, nel corso della saga? Francamente, non lo so. Per quanto riguarda la saga di Harry Potter, sono di gran lunga più indeciso rispetto a ciò che concerne, ad esempio, le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, del cui universo vorrei invece conoscere tutto quanto, nei minimi dettagli, consapevole del fatto che Martin non tradirebbe mai la mia fiducia.

Come sono invece convinto che non potrebbe fare J.K. Rowling, alla luce dell’”operazione-copione” e, soprattutto, della mia già citata non-immedesimazione nelle vicende puramente potteriane, che sono, in fondo, semplicemente, le paturnie comuni a qualsiasi bambino-adolescente. I miei timori, in sostanza, sono legati a quella che potrebbe essere la banalizzazione delle vicende pre-Potter attraverso una manovra di natura inevitabilmente commerciale, atta dunque ad intercettare quanto più pubblico possibile e, proprio per questo, potenzialmente deludente, “à-la-Cursed Child”, per intenderci. E sarebbe una delusione decisamente più cocente, perché andrebbe ad intaccare l’elemento che è la vera forza, a mio avviso, dell’intera saga. Mettere le mani nel passato per ridurlo ad un Harry Potter 1.0? No, grazie, mi tengo il mistero. Con buona pace degli assatanati Potterhead che prendono d’assalto Pottermore e gli store digitali per andarsi a leggere l’ennesimo, noioso, insignificante capitolo su quest’evento o su quel personaggio.

Temo, tuttavia, che le mie speranze andranno comunque deluse, alla luce delle dichiarazioni di J.K. Rowling sull’uscita di ben cinque (5) film della saga di “Animali fantastici”, che, con tutta probabilità, andranno ad espandere ulteriormente l’universo narrativo proprio alle origini. Con tutto ciò che ne consegue, almeno per me. Il vago, sottile sospetto, cioè, di aver ragione nel non volerne sapere una virgola in più rispetto a quanto già (non) sappia.

Yotube fa cagare?

Questo articolo dovrebbe iniziare con una lunga premessa su quanto mi faccia schifo Agosto, su quanta poca voglia io abbia di fare qualsiasi cosa che contempli un seppur minimo sforzo cerebrale, su quanto spesso, in passato, mi sia occupato di cose “youtubiche” scarsamente attinenti al mondo nerd duro e puro, e su come anche le prossime righe tratteranno di ciò, ma non ho nessuna voglia di farla. Quindi vi beccate la premessa sulla mia poca voglia di fare premesse, e sticazzi. Andiamo al nocciolo della questione.

Se non avete vissuto su Marte, negli ultimi giorni, sarete perfettamente a conoscenza dell'”affaire Youtube fa cagare”. Se, invece, siete andati a fare compagnia a Matt Damon, si rende necessario un piccolo riassunto delle puntate precedenti: un canale Youtube, chiamato appunto “Youtube fa cagare”, fa un botto esagerato pubblicando un video critica ai canali che fanno scherzi di coppia. Centinaia di migliaia di iscritti in una manciata di ore e un bordello che scuote Youtube Italia dalle fondamenta, tra attacchi, difese, insulti, minacce e vlog-analisi dei soliti noti. Niente di nuovo sotto al sole, certo, ma la portata del fenomeno, questa volta, è sicuramente meritevole di attenzione, e devo ammettere che quanto ascoltato e letto nelle scorse ore su Youtube mi abbia fatto riflettere su un aspetto della questione che ritengo fondamentale.

Di pareri più o meno autorevoli (a seconda dei gusti e delle simpatie) a riguardo, su Youtube, ce ne sono già a bizzeffe: non c’è praticamente vlogger che non abbia detto la sua, appoggiando o criticando l’operazione portata avanti da Youtube fa cagare. Ciò che interessa a me, però, non è Youtube fa cagare in sè, il suo modo di fare video, di fare critica, di essere riuscito a causare una vera e propria guerra tra bande di fan di questo o di quello canale tirato in ballo. A me interessa la reazione che Youtube fa cagare ha provocato in altri youtuber: quelli che vengono considerati (o, più spesso, semplicemente si autoconsiderano) “di qualità”, e poco importa che siano big, emergenti o illustri sconosciuti. Da quelli che si sono sentiti chiamati in causa, molto banalmente, già dal nome del canale del momento, a quelli che poi si sono riversati sotto i suoi video, criticandolo per il modo, più che per il fine, su cui, apparentemente, la maggior parte di Youtube Italia sembra d’accordo.

I commenti che mi hanno colpito di più, sinceramente, sono quelli in cui si accusa Youtube fa cagare di danneggiare, in qualche modo, i presunti youtuber “di qualità”. Ma in che modo, mi chiedo, Youtube fa cagare può danneggiare gli youtuber di qualità? Per come la vedo io, in nessun modo. E vado a spiegarmi.

Innanzitutto con un paio di considerazioni: dire che Youtube fa cagare danneggia “la qualità” semplicemente con il nome del canale, è una cazzata. Non capire (o fare finta di non capire) la provocazione, invero piuttosto banale, è una cosa che da ragazzi intelligenti come alcuni youtuber “di qualità” non mi sarei mai aspettato, visto che spesso anche loro devono trovare modi banali per stuzzicare l’attenzione di un pubblico più vasto possibile, quando ovviamente questo gli fa comodo. E come si può pensare che Youtube fa cagare possa anche solo lontanamente “succhiare iscritti” ad altri youtuber (più) “seri”? Chi cerca “la qualità”, su Youtube, ci arriva a prescindere, senza farsi attirare da prank di dubbio gusto e amenità varie. E perchè mai un utente in cerca di qualità dovrebbe limitarsi a Youtube fa cagare, che, si dice, “di qualità” non è?

Cosa fa Youtube fa cagare? Semplicemente, prende video “falsi” (cioè non autentici, non genuini, non spontanei, insomma, costruiti) e li smonta. Con osservazioni puntuali ed argomentate. Punto ( e ripeto: non mi interessa parlare della qualità o della banalità dei video e delle critiche). Il merito di Youtube fa cagare, come è stato detto, è stato quello di essere il primo, in Italia, a dare voce ad un pensiero che, forse proprio perchè estremamente diffuso, non era stato ancora espresso: alcuni, molti, forse la maggior parte, dei video che vanno per la maggiore, su Youtube Italia, sono semplicemente falsi. E sottolineo, i video che vanno per la maggiore (gameplay esclusi, per ora). Tutti video che, per la fetta di pubblico costituita da esseri umani senzienti, sono già merda: dagli scherzi a quelli in cui donne fanno domande a uomini. Video acchiappalike largamente apprezzati da un pubblico vastissimo e composto quasi esclusivamente da utenti più che minorenni, per non dire neanche adolescenti. Il pubblico generalmente considerato spazzatura, e spesso proprio dagli stessi youtuber “di qualità”. Che quel pubblico non lo raggiungono per due motivi.

In primis, perchè non lo vogliono. Lo youtuber “di qualità” non vuole il pubblico da tv generalista, da sabato pomeriggio in mutande sul divano. Lo youtuber “di qualità” non vuole il pubblico che non apprezzi la sua qualità. Che, visto dall’altro lato della barricata, è il secondo motivo: il pubblico generalista non se lo caga di striscio lo yotuber “di qualità”. Non gli interessa, non ci arriva, non se lo va a cercare. E se se lo caga, è perchè non può proprio farne a meno. Perchè lo youtuber “di qualità” in questione è uno degli youtuber storici, perchè è costantemente sulla bocca di tutti, perchè è talmente costantemente in vetrina che ci si incappa, punto e basta. E sono convinto che nel leggere queste due righe abbiate pensato ad un nome preciso.

Pensiamoci un attimo: chi è lo youtuber “di qualità”? Quello che rifugge il mainstream o che lo reinterpeta in chiave originale, facendolo piacere pure a chi lo disprezza, oppure quello che fa approfondimento e divulgazione. Come può l’utente medio (medio, attenzione) dei canali di prank interessarsi ad argomenti estremamente di nicchia o estremamente approfonditi? Per come la vedo io, semplicemente, non può. O non vuole. Ma il risultato non cambia: il lavoro che fa Youtube fa cagare non può danneggiare in alcun modo quello (a volte davvero egregio) di uno youtuber “serio”. Chi appoggia Youtube fa cagare, nella maggior parte dei casi, è proprio il pubblico selezionato degli youtuber “seri”, “di qualità”, che, prima di tornarsene comunque dal suo youtber preferito, trova nel lavoro di Youtube fa cagare un modo per portare avanti la crociata contro la merda che regna incontrastata su Youtube Italia. Spazzata via la quale, crede, Youtube diventerà finalmente il luogo di pace dei sensi che vorrebbe fosse, e che, secondo lui, dovrebbe in definitiva essere. Nobile e condivisibile (anche e soprattutto dal sottoscritto, per carità), ma quantomeno anche decisamente utopistico. Perchè, e Youtube fa cagare lo dimostra, Youtube è, oggi, soprattutto quella che il pubblico e gli youtuber “di qualità” considerano merda. Quindi si, la provocazione del nome del canale è pura verità: Youtube fa cagare. Ma lo sapevamo. Ed è per questo che ci aggrappiamo a quelli che sembrano scaglie di cioccolato in un barattolo di gelato alla merda. Credendo di stare al riparo dal cucchiaio che, inesorabile, arriva a mescolare tutto. Ponendoci di fronte alla realtà dei fatti: Youtube, per buona parte, fa cagare.

Valar Morghulis

Lambrenedetto XVI, “generazione Favij” e ignoranza

Ah, il magico mondo del Web…quello che ti fa venire voglia di inciderti un paio di branchie e andare a fare compagnia alle triglie pur di non assistere a certi spettacoli. Proprio quello. Bon, ma di che si parla oggi? Ma di un altro “fenomeno” della rete: nello specifico, di Lambrenedetto XVI, che, evidentemente stanco di girare supermercati europei per aggiornarci sul prezzo di pannoloni e pasta da dentiera, o di farci vedere quanto sono bravi a riparare le buche in Germania, ha ben pensato di girare un video per dirci la sua sulla “generazione Favij”.

(Non avete idea di chi sia Lambrenedetto XVI? Meglio per voi. Ma se proprio non resistete alla tentazione di sorbirvi ore e ore di populismo 100% arabica, basta cercare su Youtube. Vi assicuro che non sarete più gli stessi, dopo.)

Dunque, il video incriminato è questo:

Ma se non avete voglia di sprecare 5 minuti della vostra vita, ecco un piccolo riassunto: I RAGAZZINI DI OGGI SONO SFIGATI PERCHE’ PASSANO ORE AL PC INVECE CHE A CACCIA DI FIGA. Basta. Se avete riso, buon per voi. Perchè a me ‘ste cose fanno solo incazzare, e anche parecchio.

Perchè? Perchè le considerazioni del buon Lambrenedetto sono figlie dell’ignoranza più becera e gretta che si possa immaginare. La stessa ignoranza che affligge la larghissima fetta di italiani che si riversa sul Web (quando non può farlo al baretto o in fila alle Poste) a sparare cazzate. Ma procediamo con ordine, analizzando, innanzitutto, il discorso dell’ineffabile “Lambre”.

Che parte già da un presupposto sbagliato: il pubblico di Favij non è composto affatto di 15-20enni. O almeno, non in maggioranza. Tralasciando la stupidità nell’accorpare in un’unica fascia d’età adolescenti e ragazzi più che maggiorenni, caro Lambre, non ci siamo proprio. Chi conosce il Web e Youtube un po’ meglio del Lambrenedetto Nazionale, sa benissimo chi sia e quanti anni abbia il fan medio di Favij. Ad essere buoni, 5 in meno delle età citate. Ad essere buoni. Già questo sarebbe sufficiente a rendere ancora meno vero tutto ciò che segue, ma andiamo avanti.

La sua amica Alena, oltre che a fornire una notevole presenza scenica, gli serve anche come sponda per una comparazione tra ragazzini italiani e russi. Una comparazione, questa, figlia dell’infauamento del Lambre (e di moltissimi altri italiani) per Vladimir Putin, il vero sogno bagnato di ogni populista che si rispetti. Banalmente, la considerazione è che i ragazzini russi, in quanto tali, sono dei veri duri sempre a caccia di figa, al contrario degli sfigati coetanei italiani che stanno dietro a Favij. Peccato però (come sottolinea anche la sua amica Alena) che anche i ragazzini russi stiano attaccati al PC (come sicuramente chi videogioca online sa benissimo) invece di andare a figa.”Coup de théâtre” per il buon Lambre, che zittisce pure l’amica quando questa continua a non fargli sponda (oltre che fare un’analisi decisamente più realistica di tutta la faccenda, seppur banalizzando alquanto) dicendo che in Russia “siamo rimasti un po’ indietro”, riferendosi forse al progresso tecnologico (Internet e compagnia cantante) piuttosto che all'”essere svegli”, come dice Lambrenedetto, intendendo con tale locuzione, molto semplicemente, l'”imboscarsi con le tipe”. Il punto della questione, come detto, è tutto qui. Lui a sedici anni si imboscava con le tipe, mentre oggi, a sedici anni, “masturbano il computer”.

Di questo messaggio mi preme innanzitutto evidenziare il becero maschilismo: le donne (meglio, le ragazzine) devono essere, evidentemente, poco più che oggetti da “imboscamento” pronte a farsi caricare su dal primo Lambrenedetto brufoloso che passa, evidentemente rapite dall’odore di maschio alpha che questo emana. Una cosa che suona tipo: “Guardatemi, sono un uomo vero io, mica come gli sfigati che stanno tutto il giorno al PC, quindi succhiatemi il cazzo.”. Inutile dire come questo messaggio costituisca un vero e proprio mantra per ogni “vero uomo” da tastiera che si rispetti. Basta leggere qualche post su Facebook per farsi un’idea. L’uomo vero vive per un solo scopo, l’unico ammissibile: la figa (non le donne, si badi bene, eh). Che se ne sta lì, pronta all’uso, magari pure già bagnata, al servizio di chi ha necessità di “pucciare il biscotto”. Bene, no?

Personalmente, trovo tutto questo di una bassezza che definirei “abissale”, se questo rendesse chiaro il concetto, quando invece non ci si avvicina neanche un po’. Qui siamo oltre un semplice abisso di ignoranza e limitatezza mentale. E non solo per la questione della figa, che di per sè basterebbe a qualificare l’opinione del buon Lambrenedetto, ma soprattutto per la generalizzazione dei concetti e la banalizzazione di una realtà, quella della società di oggi, estremamente più sfaccettata e complessa di come vorrebbe farla apparire il Lambre. Dire che i ragazzini di oggi sono tutti degli sfigati perchè passano ore al PC è, molto semplicemente, una cazzata.

Innanzitutto perchè non è vero. E poi perchè non è vero. Ci siamo capiti, no? Non è vero nè che i ragazzini non interagiscano tra loro (anche dal punto di vista sessuale, e spesso in modo molto più precoce di quanto Lambrenedetto possa solo lontanamente immaginare), nè che “non facciano più cose”, intendendo, con tale profonda capacità di linguaggio,  ad esempio, “buttarsi dal ponte”, attività cui il Lambre soleva evidentemente dedicarsi da giovane, probabilmente quando la stagione della caccia alla figa non era ancora aperta. E non occcorre di certo essere sociologi per capirlo. Basterebbe essere calati nella realtà. Ma ho come il sospetto che ciò vada ben oltre le capacità di Lambrenedetto, anche a giudicare dai video che carica sul suo canale (sebbene alcuni denuncino effettivamente realtà poco edificanti del Belpaese, a patto di saper schivare i populismi rotanti ed il qualunquismo elettromagnetico del Lambre).

Lungi da me fare moralismo o difendere a spada tratta gente che ho aspramente criticato (tipo Favij, anche se qui viene preso solo a pretesto, e “mica per fare views”…ceeeeeerto, Lambre…), ma non riesco ad esimermi dall’esprimere tutto il mio disappunto di fronte a cotanta ignoranza e ristrettezza mentale. Perchè non posso accettare che buona parte della popolazione adulta spali merda su quella, giovane, che ne è al tempo stesso figlia e specchio.

Perchè il Lambre fa orecchie da mercante alle obiezioni della sua amica, che gli ricorda come i problemi che affliggono i giovani affliggano sempre più spesso anche gli adulti, esattamente come il cinquantenne che punta il dito contro i giovani zombie da smartphone quando è poi lui il primo a starci incollato. La famosa storia della trave la pagliuzza, niente di più. Uno scontro generazionale come ce ne sono stati tanti in passato, ma che questa volta è infinitamente ingigantito dal Web e sul Web. Dove anche un Lambrenedetto qualsiasi è legittimato a dire la sua, ottenendo l’approvazione di tanti altri come lui. E poco importa che sia quanto di più idiota  e falso si possa dire. L’importante è condividere e puntare il dito, mettere mi piace e gettare merda. Senza provare a fermarsi un attimo a riflettere, a cercare di capire, ad analizzare con più lucidità.

Chi scrive non può essere in alcun modo incluso nel mucchio in cui spara Lambrenedetto: ho più di vent’anni, lavoro da quando ne ho diciotto, sono laureato, faccio sport, ho una relazione stabile da anni, ho passato l’infanzia a giocare tanto a pallone quanto con il Game Boy, per non parlare degli anni da lupetto ed esploratore negli scout. Ne ho fatte di cose”, ho “pucciato il biscotto”. Così come ho letto più libri e giocato più videogiochi di quanti ne possano entrare nella mia stanza (e infatti non c’entrano). In un certo senso sono totalmente fuori discussione, eppure mi incazzo. Perchè? Perchè sono stanco dell’ignoranza. E soprattutto di quella “adulta”. Io non voglio essere adulto così.

Valar Morghulis

 

 

 

 

Suicide Squad: la recensione

Ogni tanto, ma solo ogni tanto, anche io faccio qualche follia. Ieri, ad esempio, sono andato a vedere Suicide Squad. Oddio, se fosse dipeso solo da me non ci sarei andato proprio, o almeno non sarei andato al primo giorno di proiezione, ma ho dovuto piegare la testa di fronte alla fermezza di amici (interessati praticamente solo a Margot Robbie) e ragazza (interessata invece solo a Jared Leto, che sospetto ami più del sottoscritto, in un’ipotetica classifica che vede però in testa Beyoncè). Quindi: cinema pieno di nerd del cazzo usciti dalle loro tane e finti nerd che se hanno mai aperto un fumetto in vita loro è solo perché dentro c’era la cartolina del concorso “Fatti una foto alle chiappe e vinci una settimana a Ibiza” (ma tutti già con la bava alla bocca per Margot Robbie), Coca Cola (“piccola, grazie” “3 euro e 50, prego”, “’tacci vostri”) e rassegnazione. A cosa? All’idea di vedere un film di cui sapevo già troppo (pur essendo riuscito a schivare praticamente ogni trailer uscito) per nutrire qualche speranza. Ma tant’è, quindi veniamo al punto. Com’è Suicide Squad? In una parola: noioso. Già.

Ma procediamo con ordine (occhio, che spoilero tutto). La prima parte del film è, in buona sostanza, uno spiegone infinito “utile” a presentare (in maniera piuttosto banalotta) tutti i personaggi. La prima, che vediamo seduta ad un tavolo ad ingurgitare calorie superflue vista la taglia già piuttosto considerevole, è Amanda Waller, supercazzuta responsabile del folle progetto di riunire i più instabili criminali di Gotham da mettere al servizio degli Stati Uniti d’America per contrastare minacce che i soliti cazzoni dell’esercito non sono in grado di controllare. Supercattivi per combattere il male. Folle ma necessario, visto che Superman è morto (ma vende ancora, come Michael Jackson e Amy Winehouse), Batman non si sente tanto bene (per forza, se è sempre quel cazzo di Ben Affleck) e Sheldon Cooper fa il cosplay di Flash. Ed è proprio la Waller a sobbarcarsi l’onore (o l’onere) di introdurre i componenti di quella che ancora non è la Task Force X (o la Suicide Squad). Ed ecco, dunque, i supercattivoni: abbiamo Will Smith (cui proprio non si riesce a non appioppare un pargolo lagnoso), mercenario senza scrupoli e cecchino infallibile; Harley Quinn, l’amichetta di Joker, una che non fa altro che picchiare come un fabbro e rendersi insopportabile; Capitan Basetta, rapinatore di banche che passava di lì per caso; Killer Croc, la prova che i Rettiliani esistono ma non frega un cazzo a nessuno; Diablo, la versione messicana della Torcia Umana; Katana (chi cazzo è Katana?), e ultima ma non ultima, visto che sarà anche la cattiva che i cattivi devono sconfiggere, l’Incantatrice, un’entità/strega che ha preso possesso del corpo dell’archeologa che l’ha liberata, una che ha evidentemente giocato troppo a Tomb Raider, credendo di potersene andare per grotte ad aprire ampolle a caso. Costei è tenuta sotto controllo da Rick Flag, super-soldato responsabile sul campo della squadra di cattivi, che nel tempo libero, quando non la bella archeologa non è in versione Incantatrice, se la sbatte pure. Fortunello.

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Non male il suo cameo nel film

 

E ora in breve, la trama: la Waller propone il progetto della Task Force X al Governo americano, che si convince a dare l’ok dopo i trucchetti di magia dell’Incantatrice. Questa sfugge però al controllo e libera il suo amabile fratellino, scatenando il panico in città e minacciando di distruggere il mondo intero, costringendo così la Waller a riunire la Suicide Squad. Will Smith e Co. vengono dunque liberati dal supercarcere dove erano rinchiusi e messi agli ordini dell’insopportabile Flag, che li porta a combattere contro gli ex-dei maya facendogli però credere che siano semplici terroristi. A Will Smith la storia puzza parecchio, ma è troppo impegnato a fare a gara a chi è più macho con Flag, e dunque sticazzi. I nostri arrivano dunque sul campo, sopravvivono non si sa come ad un incidente aereo, fanno in tempo ad assistere alla morte di Capitan Rampino (uno che salta fuori da non si sa dove, e che crepa da stronzo dopo essere stato convinto a fuggire da Capitan Basetta, che voleva in realtà sapere soltanto se fosse vero il fatto che Flag e la Waller avrebbero ucciso chiunque di loro avesse provato a tagliare la corda, facendo esplodere una carica iniettatagli nel collo prima della missione) prima di scontrarsi con l’esercito dell’Incantatrice ( composto da persone che lei stessa trasforma in poltiglia antropomorfa con una pomiciata, e che non ha altre capacità se non quella di gettarsi semplicemente in massa contro i nostri, che possono così fare sfoggio di tutte le loro abilità in combattimento) e venire a sapere, ma guarda un po’, che non ci sono terroristi, ma solo divinità maya piuttosto incazzate. E così, tra mazzate, ancora spiegoni e battute scadenti si arriva allo scontro finale. All’angolo rosso la Suicide Squad, all’angolo blu l’Incantatrice e il suo fratellino, che mentre i nostri si facevano i beati cazzi loro hanno fatto in tempo a preparare l’arma (che non si capisce bene cosa sia) con cui intendono spazzare via l’umanità. Diablo, che fino a quel momento si era ben guardato dal digievolversi anche lui in una divinità, si sacrifica portandosi però dietro il fratellino dell’Incantatrice, che dal canto suo, pur essendo una cazzo di divinità, non trova di meglio da fare che affrontare Will Smith e Co. in un combattimento all’arma bianca, crepando alla fine anche lei da stronza, fregata da un trucchetto da due soldi di Harley Quinn. La minaccia è sventata, la bella archeologa, finalmente libera dalla possessione dell’Incantatrice, torna in vita (ma chi l’avrebbe mai detto…) e vissero tutti felici e contenti, o quasi, visto che alla fine, dopo tutto il culo che si sono fatti, i nostri ottengono da quella stronza della Waller soltanto uno sconto sulla pena e cose a caso, tra macchine per l’espresso, tv via cavo e lezioni sulla balistica a figli lagnosi. C’è poi uno spoiler sui prossimi film in cui ricompare anche la faccia da cazzo di Ben Affleck, ma a quel punto la sala era già quasi vuota, perché la gente ancora non ha imparato che bisogna restare seduti fino alla fine dei titoli di coda. Ma tant’è.

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La squadra al gran completo (manca la Waller, ma c’è quel genio di Capitan Rampino)

Ora, perché questo film non mi è piaciuto? Semplicemente, perché, nonostante tutto quello che sono riusciti a ficcarci dentro, è di una noia mortale. I personaggi passano un sacco di tempo a parlare e molto meno a menare le mani, lanciandosi, come già detto, in spiegoni (che siano espliciti o no) estremamente tediosi e sostanzialmente inutili, nonché, e qui Dio ce ne scampi, in battute che non fanno ridere manco per il cazzo. Ma non è neanche questa la parte peggiore del film. Che invece soffre, e terribilmente, nella continuità, almeno dal mio punto di vista. Quello che mi è sembrato di vedere è stata una sequenza di scene singole tenute in piedi con lo sputo e qualche canzone famosa (“eeeeeeeeehhhhpperò la colonna sonora….” cit.) quando va bene, o con altre scene del cazzo quando va male. Emblematica, in tal senso, la scena in cui Harley Quinn sfonda completamente a caso una vetrina e ruba un borsetta perché “siamo i cattivi, no?”. I cattivoni proprio. E i cattivoni mica tanto, visto che il messaggio che passa, alla fine di tutto, è che i cattivi non sono poi così cattivi, se paragonati ai buoni (quella stronza della Waller e quel rincoglionito di Flag, il super-soldato che le prende costantemente pure dalle poltiglie umane) che in realtà sono più cattivi dei super-cattivi. Capito, no? E’ la Waller la cattivona vera, quella che fa fuori a sangue freddo tutto il suo quartier generale pur di non far trapelare informazioni, che tiene nascosta la vera missione alla squadra e ricatta tutti quanti e alla fine (dopo essere stata catturata dall’Incantatrice) rispunta pure fuori viva, senza un graffio e con il trucco neanche sbavato, facendo esclamare a Will Smith quello che chiunque in sala esclama (e qui, lo ammetto, ho riso anche io). Il film è ovviamente tutto incentrato sui personaggi, e ci mancherebbe altro, ma questo non può giustificare una trama così debole e tutti quei momenti “what the fuck” cui si è costretti ad assistere (compreso quello in cui Capitan Basetta si chiede chi cazzo sia il fratellino dell’Incantatrice, dopo averlo visto con il suo boomerang-drone appena due minuti prima). Capisco che il pubblico volesse vedere i personaggi in azione (leggasi Margot Robbie seminuda costantemente sbattuta in primo piano), ma in azione significa fare qualcosa da cattivi, e non sorseggiare cocktail al bancone del bar, riflettendo sul significato della vita. Questi momenti, a mio avviso, sono troppo preponderanti rispetto alle scene in cui vediamo i nostri sfogare effettivamente tutta la loro instabilità e pericolosità, e che non sarebbero nemmeno troppo male, al netto di qualche rallenty eccessivo, soprattutto verso la fine. Come eccessivo è anche l’umorismo “à-la-Marvel ma più spinto” di cui i dialoghi trasudano. Ed eccessivo non soltanto dal punto di vista della qualità, ma anche e soprattutto da quello della quantità. Capisco il volersi allontanare dal DC-style, ma neanche fare un altro Deadpool con personaggi che non sono Deadpool. Ecco, oltre che noioso, Suicide Squad è eccessivo. In tutto, e non in senso buono, nonostante qualche lampo sporadico (che sia una battuta o un’inquadratura) e le canzoni. Troppo poco, in ogni caso, per risollevare un film che, a ben guardare, è un’accozzaglia di tanta roba mixata abbastanza male. Peccato. Per i fan, quantomeno, o per chi ci sperava davvero. Di certo, chi ci è andato solo per Margot Robbie non deve essere rimasto poi così deluso.

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Dopo però pulite, maiali

Si, lo so. E Joker? Tralasciando il rapporto con Harley, che non ritengo di poter giudicare, il Macaulay Culkin con cerone e capelli verdi di Jared Leto non se la cava poi male. In quella manciata di scene in cui compare, almeno. Ma quello che ho visto io, da non fan di Batman, non è Joker. Non è Jack Nicholson, né Heath Ledger, né tantomeno il Joker della recente saga videoludica di Harkam. Un Joker sicuramente buono, ma non certo memorabile, nonché dal look francamente rivedibile. Forse, e dico forse, sarebbe stato meglio lasciarlo fuori dalla trama principale, solo nei flashback di Harley. Perchè nel modo in cui stato inserito non toglie nulla, è vero, ma neanche aggiunge, se non minuti di brodo allungato in cui, sostanzialmente, (non) lo vediamo morire, ben sapendo che il Joker non può mica morire così da scemo. E infatti…Giudizio rimandato, dunque. Alla versione estesa del film, almeno.

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Mamma ho perso le scene

Valar Morghulis

FIFA 17: una nuova Carriera

Ci siamo: dopo i soliti, infiniti trailer e set di immagini dedicate alla grafica di FIFA 17 (che, ricordo, da quest’anno sarà basato sul motore Frostbite), sputati fuori a raffica negli ultimi mesi, EA Sports si è finalmente decisa a regalarci qualche anticipazione anche su quella che è una modalità che, dopo un periodo di semi-oblio, sta finalmente tornando al centro dei pensieri dei videogiocatori: si parla, ovviamente, della Modalità Carriera (di cui su questi lidi ho già ampiamente trattato, qui e qui) e, in particolare, delle novità che saranno introdotte nella prossima edizione del titolo.

La prima novità riguarda gli obiettivi da centrare, basati sulle aspettative della dirigenza del club scelto per iniziare la Carriera. Queste si suddividono in cinque categorie: successo in patria, successo continentale, visibilità del marchio, gestione economica e crescita dei giovani. Raggiungere buoni risultati in ognuno di questi campi porterà, ovviamente, tanto a rafforzare la propria posizione all’interno del club quanto a farsi un nome come allenatore a livello internazionale. La gestione del club, ancor più ovviamente, cambierà a seconda dei risultati raggiunti nel corso delle stagioni: pensiamo, ad esempio, ad una Carriera in cui ci si ponga, come obiettivo iniziale, di portare ai vertici del calcio una squadra inizialmente di livello medio-basso. Si passerà, magari, dal dover semplicemente badare al bilancio e a lanciare qualche giovane talento, nelle prime fasi, ad espandere il marchio e ingaggiare calciatori sempre più forti una volta affermatisi invece come potenza continentale.

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Tutto ciò comporta tenere sempre d’occhio le finanze a disposizione del club, tramite l’apposito menu: qui si potranno visualizzare le entrate (generate da cessioni, merchandising e diritti tv) e le uscite (acquisti, spese per il rafforzamento dei vari settori del club, varie ed eventuali) e, probabilmente, anche regolare il budget a disposizione (come fa pensare il sottomenu chiamato proprio “budget”), stando sempre ben attenti a non andare in rosso, onde evitare, si spera, spiacevoli conseguenze.

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Infine, due novità particolarmente gradite: la prima, (per la prima volta nella serie, grazie al Frostbite) è la creazione di un proprio alter-ego che si potrà effettivamente vedere muoversi a bordo campo, mentre la seconda è la già annunciata presenza della J1 League, la massima serie giapponese, completamente licenziata. Due novità graditissime, almeno a me.

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Così come mi sono gradite le altre, ben più corpose ed importanti. Il ritorno ad una gestione più completa del club, dopo anni passati a regolare semplicemente il budget trasferimenti, era esattamente ciò che più auspicavo per una Modalità che la community sta finalmente (ri)scoprendo e tornando ad apprezzare, dopo anni di FUT, FUT, ancora FUT, solo e soltanto FUT. Una riscoperta evidentemente dettata dalla crescente consapevolezza delle enormi potenzialità di una Modalità che, anche se fortemente castrata, era comunque capace di garantire ore e ore di divertimento e, perché no, anche sfida. Ora, l’augurio, è che tutte le novità introdotte non rimangano semplicemente elementi di contorno, ma vadano ad incidere più che pesantemente sull’insieme, ampliando e soprattutto approfondendo le componenti che caratterizzano la Carriera. Che, in poche parole, questa non sia più semplicemente una serie di partite intervallate da sezioni di calciomercato senza regole, ma qualcosa che si avvicini sempre di più alla realtà. Qualcosa che, dopo anni di miglioramento di grafica e gameplay, era forse dovuta. Che FIFA si appresti a fare finalmente il grande salto di qualità che aspettiamo da anni?

Valar Morghulis

Dov’è finito l’orgoglio delle cicciottelle?

N.B.: Quanto segue non ha nulla a che fare con qualsivoglia ambito Nerd, ma io non sono Nerd, e, in fondo, questo è il mio pezzetto di Internet, quindi il pallone è mio e decido io a cosa si gioca. Quanto segue è il frutto di una riflessione di carattere estremamente personale sull’ormai stranoto titolo delle “cicciottelle”, le tiratrici italiane arrivate quarte a Rio, costato il posto al direttore di QN (Quotidiano Nazionale, il giornale su cui era stato pubblicato l’articolo incriminato), Giuseppe Tassi, cui non è evidentemente bastato scusarsi pubblicamente. Una vicenda, che, come dicevo, mi ha fatto riflettere profondamente, e su più piani: da quello strettamente giornalistico a quello più generalmente mediatico, passando per quello che invece definisco “ideologico”. E vado a spiegarmi.

Partiamo dal piano giornalistico (o professionale, se mi è consentito, da aspirante giornalista/scrittore/scansafatiche): che quel titolo fosse effettivamente poco elegante, è fuori discussione. Per molteplici motivi, il più importante dei quali strettamente legato alla “forma” che il buon giornalismo (o almeno quello che piace a me) richiederebbe: “cicciottelle” non è una parola che può stare in un titolo di un importante e serio quotidiano a tiratura nazionale che non sia roba (senza offesa, sia chiaro, qui si parla di considerazioni personali) come “Libero” o “Il Giornale”, o una delle tante riviste di gossip che affollano i tavolini delle sale d’attesa degli studi medici. Checchè se ne pensi (e se ne pensa parecchio), il giornalismo è una cosa seria, e l’utilizzo di un termine estremamente colloquiale e stilisticamente discutibile come “cicciottelle” non dovrebbe neanche essere contemplato.

Inutile che mi dilunghi ulteriormente su questo punto, quindi passiamo oltre, avvicinandoci a quelli che considero i nodi principali della questione: il piano mediatico e quello “ideologico”, strettamente connessi tra loro. Ma cosa intendo con piano “ideologico”? In buona sostanza, tutto ciò che può ricadere nel campo del cosiddetto “orgoglio curvy”: dalle modelle con qualche taglia in più rispetto a quelle che popolano l’immaginario collettivo, ai post su Facebook della serie “Viva la ciccia, le ossa diamole ai cani”, ovviamente riferito ai canoni di bellezza femminile. Chiaro, no? Ragazze “cicciottelle” che vanno fiere del loro fisico, si piacciono per come sono e fanno sfoggio delle loro forme in contrasto con i prototipi di bellezza più “classici”. Molto bene. E la domanda che mi è sorta immediatamente spontanea è stata proprio questa: ma dove è finito l’orgoglio curvy in tutto ciò? Dove sono finite le schiere (perché schiere sono, e non certo casi isolati) di ragazze che rivendicano il loro essere “cicciottelle” combattendo contro i pregiudizi che vedono nella ciccia extra un demone da combattere?

Perchè nessuna esultanza alla notizia di una riscossa curvy (o cicciottella) in un ambito, quello sportivo, oggi sempre più pieno di superatleti, maschi o femmine che siano, dai fisici statuari? Perchè sono piovute soltante critiche su un titolo che, apparentemente, ammicca proprio a quella fetta di pubblico che dovrebbe farne un vanto? Forse perché, in fondo (anche se forse non così tanto in fondo, evidentemente), quello della ragazza cicciottella è ancora un nervo scoperto, a dispetto del tanto sbandierato “orgoglio curvy”? Non lo so. Fatto sta che l’indignazione è stata generale: il presidente della Federazione Italiana di Tiro con l’arco ha scritto una lettera a QN chiedendo pubbliche scuse, puntualmente arrivate, mentre una delle atlete interessate ha dichiarato che “chi ci offende ignora i sacrifici di una vita”. Dunque siamo arrivati al punto di considerare la parola “cicciottella” un insulto vero e proprio, in culo all’orgoglio curvy, che da questa vicenda ne esce, almeno per come la vedo io, con le ossa (grosse) a pezzi. E a questo punto, per me, c’è ancora più bisogno di chiarezza sulla questione dell’importanza del corpo, nello sport e non solo. Essere cicciottelli va bene o no?

In uno sport come il tiro con l’arco, in cui è evidente che la forma fisica passi in secondo piano rispetto ad altre qualità, si può essere tranquillamente cicciottelli e vincenti, e dunque perché bisognerebbe sentirsi insultati nell’essere definiti per ciò che effettivamente si è? Quattro anni fa, nessuno si scandalizzò per il titolo che definiva “extralarge” i tre arcieri azzurri che vinsero l’oro olimpico. Perchè? Perchè essere uomini e atleti cicciotteli va bene, fa tenerezza e genera empatia, mentre essere donne e atlete cicciottelle genera solo un gran casino? Torniamo al punto di prima: nervo scoperto, ipocrisia, chiamatelo come vi pare, ma la sostanza non cambia. Il politicamente corretto, perché in fondo è di questo che si parla, o vale per tutti, o non vale per nessuno. O vale allo stesso modo per gli uomini e per le donne, o tanto vale sbattersene, perché la parità dei sessi va bene ed è giusta solo quando è veramente tale, altrimenti il femminismo diventa ciò che concettualmente è il maschilismo. Non più rivendicazione, ma prevaricazione. Se non va bene chiamare “cicciottella” una ragazza che realmente lo è, allora non va bene neanche apostrofare come “ciccione” un calciatore che si presenta con due, tre chili in più all’inizio della nuova stagione.

E non c’entra niente lo sport che si pratica. Alcuni dei più grandi campioni della storia del calcio, soltanto per fare un esempio che sia estremamente chiaro a tutti, erano e sono tutt’altro che superatleti. Se non va bene definire soltanto “sexy” una nuotatrice, una schermitrice o una calciatrice, non va bene neanche farlo con un nuotatore, uno schermidore o un calciatore. Se non va bene pubblicare articoli sulle atlete più belle, non va bene neanche pubblicare la classifica dei “pacchi” maschili più notevoli delle Olimpiadi (cosa realmente fatta da una nota rivista dedicata al pubblico femminile). Tutto ciò che ho ricavato da questa vicenda, insieme alla convinzione che si sia fatto di un fiammifero un incendio, è soltanto una gran confusione. Sul ruolo che oggi riveste il corpo di cui la natura ci ha dotato e sull’importanza di prendersene cura come meglio si crede. Con la lezione finale, di cui fare tesoro: per tante, troppe donne, la tanto rivendicata parità dei sessi va bene solo quando fa comodo. Solo quando, cioè, attribuisce un’aura di intoccabilità rispetto all’essere umano di sesso maschile, che tanto, si sa, è volgare, rozzo, quasi primitivo. Perchè, apparentemente, se ne frega di essere chiamato “extralarge”, se qualche chilo in più se lo porta dietro per davvero.

Valar Morghulis

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