“Drogati dalla Rete 2 – La Vendetta”

Come vi sentireste se vi invitassero ad una cena preannunciandovela come particolarmente succulenta, e alla fine tutto si risolvesse in un antipasto, perdipiù di scarsa qualità?

A me girerebbero, lo ammetto.

Ecco perchè, quindi, ho deciso di andare fino in fondo alla faccenda di cui ho già diffusamente scritto qualche giorno fa: quella che vede coinvolti un reporter d’assalto ed il suo scoop, i videogiochi e qualche bella palata di ignoranza, che non fa mai male e, anzi, fa decisamente brodo.

Sto parlando, ovviamente, del buon Pablo Trincia, ex-Iena, ora punta di diamante (seh…) del programma AnnoUno, e del suo reportage, direttamente dalla Cina, a tema…boh…sinceramente, non l’ho capito neanche io…

Si dovrebbe trattare l’argomento “Dipendenze online”, ma io ci ho visto ben altro.

Il servizio è invece intitolato “Drogati dalla Rete”. Bene…

Dopo il trailer con cui, la scorsa settimana, si presentava la puntata del giovedi scorso e se ne anticipava qualche tema, e con cui si era già riusciti a creare una tempesta di melma niente male, ecco finalmente il reportage completo. Quello che trasformerà defintivamente la tempesta di melma niente male in tempesta di merda del secolo. Chapeau.

Linko il reportage, che vedrete direttamente (come nel post precedente) sul sito di AnnoUno…perchè Word Press così ha deciso, e l’udienza è tolta.

http://www.serviziopubblico.it/2015/05/drogati-dalla-rete-il-reportage-di-pablo-trincia-dalla-cina/

Come per il post precedente, evito gli spiegoni, e passo direttamente alle conclusioni, che poi altro non sono che le mie riflessioni (strano, eh?).

Tralasciando musica e tono del reporter, che non sfigurerebbero in un bel thriller trash, si capisce subito che qualcosa è cambiato. Dopo le polemiche furiose scatenate dal trailer, nel servizio completo (che poi ingloba molto di quanto visto proprio nel suo trailer), il tiro è stato parzialmente corretto. Qualche castroneria di quelle più evidenti (tipo la tanto perculata “superspada”, che anche io che non gioco a LoL capisco essere una traduzione non proprio fedele) è stata tagliata, qualche piccolezza qua e là rivista, qualche parola sostituita con un’altra più adatta. Ma il tono generale non è cambiato affatto.

Diciamo che un po’ tutto il reportage si basa su quello che definirei “equivoco”, a voler esser buono. Si sta prendendo come esempio una cultura, quella orientale in generale, e cinese più in particolare, tanto estranea a quella “occidentale” quanto contradditoria in sè. Pur non essendo un esperto di cultura orientale, so bene come la Cina sia per molte cose quasi totalmente autoreferenziale, per molteplici motivi, che siano di natura economica, politica o sociale. Basti pensare che il Governo Cinese ha oscurato buona parte del Web “occidentale”, rendendolo inaccessibile su tutto il territorio (cosa di cui il buon vecchio Pablo pare stupirsi sinceramente…) e lasciando come uniche alternative a Google, Youtube, Facebook, Twitter e Co., le loro controparti cinesi. Il buon Pablo, come avevami già avuto modo di scoprire una settimana fa, sembra sinceramente stupito anche del fatto che dei professionisti si allenino ore ed ore per raggiungere risultati sempre migliori e diventare così i numeri uno, portando a casa i soldi e la gloria. Esattamente quello che succede in Occidente per gli sportivi, succede anche in Cina per un altro genere di sportivi: quelli che non scendono in campo,  ma si siedono davanti a mouse e tastiera. Quali sono le differenze tra le due catgorie? Entrambe smuovono un giro di soldi e di affari da far girare la testa, entrambe guadagnano molto bene non solo dai premi che riescono a conquistare con le loro prestazioni, ma anche dagli introiti degli sponsor, entrambe sono icone, idoli delle folle, disposte a pagare profumatamente per vedere i propri beniamini in azione. Il problema, semmai, è come gli sportivi siano visti in Cina, rispetto alla considerazione loro riservata in Occidente. Gli atleti in provetta (Yao Ming, chi era costui?), quelli che si allenano per 12, 14 ore al giorno (pssss…come i professionisti di LoL), che fanno incetta di medaglie alle Olimpiadi e poi vengono messi da parte, esattamente, da dove provengono?

E qui, sorge la mia prima domanda. Come si può accostare il tema della “dipendenza da videogiochi” a professionisti che con i videogiochi, semplicemente, ci guadagnano? Il fatto che il loro primeggiare in un settore sia anche il risultato della passione che coltivano, è forse un peccato? Personalmente, credo di no. A me piace molto il calcio. Se avessi potuto trasformare la passione in lavoro, avrei forse dovuto vergognarmene? No. Anzi, mi sarei sentito un privilegiato. E ne sarei andato più che fiero.

Liquidata in breve la questione relativa al professionismo nel mondo dei videogiochi, che meriterebbe un’analisi davvero approfondita e non un reportage di cinque minuti che sta su con lo saliva, e di cui ho già parlato, passiamo a ciò che nel trailer non avevamo visto. I pochi minuti davvero azzeccati del reportage.

Di che si parla? Qui, si, di dipendenza videoludica. Di ragazzi che sono stati effettivamente dipendenti dai videogiochi o da Internet, e che sono arrivati a passare giorni interi chiusi negli Internet Point. Questi ragazzi vengono inseriti in una sorta di programma di recupero che prevede il loro isolamento (insieme ad altri ragazzi con problemi analoghi) in “campi” in cui “viene applicato il rigido regolamento militare cinese”. Fin qui tutto bene, il buon Trincia intervista due ragazzi che hanno avuto problemi con Web e videogiochi e mostra gli spazi in cui vivono, in un modo che definire monastico farebbe passare un vero monastero per un villaggio vacanze. Poi, l’intervista chiave. Quella che, da sola, avrebbe dovuto far quantomeno sorgere qualche dubbio nell’autore del reportage. Quella ad uno dei responsabili del campo militare in questione. Inutile riportarvela per intero, l’avrete sicuramente vista.

In poche parole, l’intervistato chiude la faccenda, e fa sembrare tutto quello che è venuto prima come un inutile accessorio. Sottolineando semplicemente le differenze tra Cina e resto del mondo (“occidentale”, ovviamente). In un contesto chiuso e soffocante come quello cinese, i giovani trovano sfogo nei videogiochi. In un contesto di totale libertà, come quello occidentale, i giovani trovano sfogo in altro. Che siano i social network, le discoteche, il sesso, la droga, la musica o il bricolage. Sono prodotti di stili di vita imposti da società i cui valori sono diversi in quanti provenienti da retaggi storici diversi. L’isolamento della Nazione Cinese è qualcosa che in Europa non si è mai visto, storicamente. E questo dovrebbe dirla lunga, già di per sè, mettendo la parola fine all’intera faccenda.

Quello che fa Pablo Trincia, per tutto il servizio, e che ad un certo punto è anche costretto ad ammettere, è il fatto che stia giudicando. Dall’alto di cosa, non si sa esattamente. E’ il giudicare che non va bene. Perchè la società occidentale da cui anche il buon Pablo proviene, non è assolutamente superiore a quella orientale. Per alcuni versi è anche peggio, forse. In quanto ad individualismo (come sottolineato anche dal responsabile del campo sopra citato) lo è decisamente.

E questo è palese da un elemento.

I ragazzi rinchiusi nei campi militari cinesi, in riabilitazione dalle loro dipendenze virtuali, sono persone che hanno deciso più o meno volontariamente, di autodistruggersi. Dietro alla loro decisione, c’è tutto quello che abbiamo raccontato.

I ragazzi e gli uomini occidentali dipendenti dai “videogiochi” nelle sale slot, dalle scomesse o dai gratta-e-vinci, sono persone che non solo distruggono sè stesse dal punto di vista personale, ma distruggono anche chi gli sta intorno, dilapidando finanze che buona parte della società cinese non vedrà in tutta la vita.

Non voglio in alcun modo giustificare i ragazzi cinesi e condannare chi mi sta accanto sull’autobus o davanti sul posto di lavoro. Voglio solo far capire che far conoscere una realtà diversa dalla propria quotidiana è sicuramente un bene, se fatto con criterio. Quando lo si fa invece con pregiudizi, ignoranza e dal proprio piedistallo, è semplicemente sbagliato.

In fondo, non si tratta di offendere l’intelligenza della community videoludica italiana (o di parte di essa) o l’onore dei videogiochi, ma solo fare chiarezza su quella che è, ad oggi, una piaga sociale che non risparmia nessuno. E che, come tale, andrebbe affrontata con serietà, competenza e preparazione. Tutte cose, che, in questa situazione particolare, sembrano essere mancate.

Mi auguro vivamente che i fiumi di parole che scorrono e scorreranno in questi giorni, servano davvero a far aprire gli occhi a chi si ostina a tenerli chiusi.

Valar Morghulis.

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