(Retro)Gusto d’avventura

Per un periodo molto lungo della mia vita sono stato un boy scout. Lupetto prima, esploratore e novizio poi, fino alle soglie del clan, fino a quando, cioè, mi sono ritrovato faccia a faccia con i miei limiti, e per coerenza ho deciso che da quel momento in poi avrei tolto il fazzolettone dal collo, pur continuando a tenerlo, idealmente, allacciato intorno al cuore. Gli anni passati con i pantaloncini corti sono quelli cui sono legati molti dei miei ricordi più belli e più cari, e di ciò vado fiero. Ma quello che mi spinse, a 10 anni, a voler diventare uno scout, è stato, anche, il gusto per l’avventura. Cosa che, senza dubbio, posso affermare mi sia stata trasmessa da un videogioco. Pokemon Rosso. Per GameBoy.

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Ho passato ore e ore e ore con il GameBoy tra le mani, a casa o in strada, a scuola o al mare, e sempre con quella cartuccia rossa fiammante inserita nello slot. Ho perso il conto di tutte le partite che ho cominciato e mai finito, per non parlare di quelle che ho portato a termine o dei salvataggi cancellati per sbaglio. Quel gioco aveva su di me (e su buona parte dei miei coetanei) un potere pazzesco, che mai nessun altro videogioco ha avuto, azzarderei. La voglia di accendere la console e tornare ad esplorare Kanto era sempre troppo forte, quasi irresistibile. E perchè lo era? Perchè sapeva di libertà, esattamente come tutti i pomeriggi passati, sotto il caldo sole poemridiano, a giocare in strada con gli amici, dando sfogo a tutta la mia fantasia. Era estremamente affascinante avere un alter ego virtuale che a sua volta aveva a disposizione un mondo intero da esplorare. Ed era estremamente affascinante il fatto che tutto ciò stesse nelle tasche del mio zaino di scuola, o in quelle della giacca, e che potesse essere mio in qualsiasi momento. Semplicemente pazzesco.

Ciò che mi piaceva di più, dei Pokemon, era questo. Il vivere un’avventura. L’esplorare boschi fitti camminando per sentieri tortuosi, toccare le sponde di laghi immersi nella natura o il fermarsi di fronte al mare, l’arrivare in una nuova città e fiondarsi nelle case, a parlare con tutti, nella speranza di ricevere qualche nuovo oggetto, trovare la via nei labirintici edifici in cui occorreva introdursi per sconfiggere il nemico che puntualmente tentava di sbarrarci la via. Il tutto con al fianco decine e decine di creature pronte a battersi per diventare sempre più forti, per poi evolversi in un altre creature ancora più potenti. I Pokemon, appunto, che bisognava scovare, combattere, catturare, curare e poi allenare, gettandole nella mischia della prossima battaglia, per poi vederle uscire con i Punti Exp aumentati e magari qualche nuova mossa da imparare. Creature colorate, dalle forme più strane, somiglianti ad animali veri, con nomi che era impossibile scordare, con tipi e caratteristiche da conoscere per farle fruttare al meglio in combattimento. Combattimenti che diventavano sempre più duri, contro Pokemon sempre più forti e speciali, come i mitici uccelli leggendari, o il segretissimo Mewtwo, per non parlare del buon Mew, ottenibile solo tramite glitch…tutto ciò, per raggiungere un solo obiettivo: diventare il miglior allenatore della regione. Come? Battendo prima gli otto Capipalestra delle otto città principali, per conquistare tutte le medaglie e poter accedere alla Lega Pokemon, dove era necessario battere i temibili Superquattro per poter poi arrivare al combattimento finale, quello contro il fortissimo Campione della Lega. Fortissimo? Tsk tsk! “Niente può fermare la mia squadra!”. Battuto il Campione, si prendeva il suo posto. Si diventava Campione. Avverando il sogno che si era coltivato fin dalla partenza dalla placida cittadina natìa, quando la Mamma ci aveva mandato dal Prof. Oak, che ci aveva consegnato il nostro starter. Lo stesso che avrebbe annientato, da solo, tutta la Lega.

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Praticamente non c’è cosa che il me bambino non adorasse dei Pokemon. Era una vera e propria mania, una follia che arrivava a diventare collettiva, quando durante l’intervallo delle lezioni, alle elementari, ci si scontrava (e ci si scambiava) con i pupazzetti o con le carte dei Pokemon, oltre che con i GameBoy, collegandoli con il mitico cavetto argentato. Niente di più aggregante, niente di più soddisfacente che il riunirsi tutti intorno ai piccoli schermi sui quali i due allenatori di turno si davano battaglia a colpi di Lanciafiamme, Idropompa, Terremoto e Psichico, commentando l’esito degli scontri, provando ammirazione per quel Charizard o invidia per quel Moltres che, accidenti, ancora non eravamo riusciti a catturare. Ci avremmo riprovato, quel pomeriggio, dopo i compiti e la merenda, prima di uscire per la partita di calcio sotto casa con gli amici.

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E così, sull’onda lunga delle emozioni e della nostaglia, è partito e si è spento questo amarcord, questo tuffo nei ricordi più dolci dell’infanzia passata a giocare, spensierati, su minuscoli schermi in bianco e nero, premendo solo due pulsanti. Due pulsanti che rappresentavano la chiave per un mondo con le sue regole, che sfuggivano a quelle del mondo reale, e per questo catturavano e rendevano, in qualche modo, qualcosa al reale. Senza i Pokemon, probabilmente, mi sarei perso molte cose. Quelle cose che mi hanno reso la persona che sono oggi. Quelle cose che mi permettono di stare qui, questa notte, a scrivere queste righe piene di sdolcinata nostalgia e prive di qualsivoglia schema logico.

Insomma, sono convinto che chi abbia perso per strada i Pokemon, abbia perso per strada molto più di un videogioco. Io stesso ne ho persi molti, ma credo che alla fine sia stato un buon compromesso, l’aver perso qualche colonna portante della cultura videoludica per guadagnare qualcos’altro, che fosse il corso di un torrente da seguire fino alla fonte piuttosto che le onde del mare da vincere a forza di pagaiate per riportare la canoa alla base. Per arrivare in fondo a quell’avventura, proprio come accadeva nel videogioco, quando in mezzo al lago o in fondo al tunnel c’era il prossimo Pokemon da catturare o la nuova città da visitare, e poi il nuovo Capopalestra da sconfiggere, e poi nuovi Pokemon. Fino alla fine, per poi ricominciare tutto da capo. Solo per il gusto dell’avventura. Quello che ho, e che non perderò mai.

pokemon rosso

P.S. La mia esperienza con i Pokemon si è fermata a Pokemon Argento, per Gameboy Color. Il crescere e le nuove esperienze mi hanno un po’ allontanato dai videogiochi, avvicinandomi ad altro. Recentemente, ho comprato un 3DS. E, con esso, prima Pokemon Y e poi Pokemon Omega Rubino. E chissà, sarà stato per la grafica ormai ottima, per le tante generazioni di Pokemon che ho saltato, per la semplicità dei giochi, per il tendere eccessivamente al battling competitivo (che da giocatore old school, per me, si limitava al “io ho tutti i Pokemon al 100 e ti batto facile”) ma…no. Non hanno saputo restituirmi le stesse emozioni e la stessa gioia che ho provato tanto tempo fa, e che ho raccontato, senza la pretesa di essere in qualche modo completo ed esaustivo. Morale della favola? 3DS e giochi rivenduti. Preferisco tenermi i ricordi dei Pokemon, piuttosto che farmi fare il culo da qualche 12enne con tutti i nuovi Leggendari in squadra. Problemi di un ex-miglior Allenatore di Kanto, ormai, forse, di un’altra epoca.

Valar Morg…no…stavolta “Gotta catch’em all!”

Ci sta…

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