La Luce Morente

Se, oggi, qualcuno dovesse fermarmi per strada e chiedermi: “Qual è il tuo libro preferito?” ammetto che avrei seri problemi nel dare una risposta così, su due piedi. Non ce l’avrei, paradossalmente, se la stessa persona dovesse chiedermi “Chi è il tuo scrittore preferito?”. La mia risposta sarebbe, ovviamente, George Raymond Richard Martin. E non solo perchè è la mente che ha partorito la mia saga fantasy preferita in assoluto, ma perchè, semplicemente, è uno dei pochi scrittori di cui riuscirei a leggere anche il libretto di istruzioni di una lampadina, se mai dovesse scriverne uno. Recentemente, infatti, considerato il totale stallo delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, ho potuto impilare sul mio comodino qualche altra opera del vecchio Zio. E tra le Wild Cards e le raccolte di racconti, c’è stato un romanzo che mi ha preso davvero più di altri, pur non appartenendo, formalmente, ad un genere che mi appassioni in modo particolare.

Il romanzo in questione è “Fuori il buio”, titolo non proprio azzeccatissimo sotto cui la Gargoyle Books ha voluto ri-pubblicare l’originale “Dying of the Light”, “La Luce Morente” (titolo molto più evocativo, a parer mio, ma tant’è). Scritto nel 1977, questo è il primo romanzo a tema fantascientifico firmato Martin. Candidato al “Hugo Award”, senza risultare vincitore, è stato comunque generalmente apprezzato da pubblico e critica. Bravo lo Zio!

“La Luce Morente” (lo chiamerò così per fedeltà al titolo originale), ha una trama piuttosto semplice, cui fa però da sfondo lo spazio. Lo spazio fisico, quello infinito, costellato da miliardi di galassie, sistemi solari, stelle e pianeti. E su uno di questi in particolare si svolge l’intea vicenda narrata. Si tratta di Worlorn, gigantesco pianeta facente parte di un complesso sistemo solare. Worlorn è stato interamente colonizzato per un solo, preciso scopo: mostrare tutta la potenza della civiltà umana. O, quantomeno, di diverse civiltà umane provenienti da diversi mondi lontanissimi tra di loro per storia, tradizioni, usi e costumi. Quattordici di esse, in particolare, hanno avuto il compito di edificare altrettante città rappresentative di ognuna di esse, popolandole poi per un certo periodo di tempo. Tutto questo avrebbe preso il nome di Festival, una enorme manifestazione che desse all’Universo intero la misura della grandezza del genere umano, permettendo a qualsiasi turista curioso di visitare il pianeta per assistere a cotanta maestosità. Una manifestazione che avrebbe dovuto intensificare gli scambi di qualsiasi tipo tra le varie civiltà e dare a tutti la possibilità di profredire imparando qualcosa da tutti gli altri. Tutto questo è effettivamente stato il Festival, almeno per il periodo che è durato. Poi, inesorabilmente, Worlorn ha cominciato ad avvicinarsi al suo destino: la morte. Il pianeta ha i giorni contati. Morirà, avvolto da ghiacci e spazzato da venti eterni, una volta che le sue stelle saranno spente e lo scudo termico appositamente realizzato per il Festival definitivamente disattivato. Alla fine del Festival, dunque, la gente ha semplicemente abbandonato Worlorn e la sua maestosità. Le sue quattoridici città, i suoi soli, le sue foreste, le sue montagne, i suoi fiumi e i suoi laghi. Sul pianeta, sono rimasti solamente pochi, motivati abitanti. Tra questi, quattro dei protagonisti della storia. Più uno, che su Worlorn atterrerà, lì attirato da una vecchio pegno d’amore divenuto ormai solo il suo ricordo sbiadito. Quest’ultimo, e personaggio attraverso cui si narra la vicenda, è Dirk t’Larien, un uomo proveniente da Avalon, in cerca del suo amore ormai perduto, Gwen Delvan, ecologa che, insieme al collega Kimdissi, Arkin Ruark, studia le forme di vita presenti su Worlorn, portate lì dalle civiltà del Festival. Dirk spera, nel profondo del suo cuore, di riuscire a tornare insieme alla sua Jenny, la donna che con tanta passione amò e da cui tanto dolorosamente fu abbandonato. Tra lui e la riconquista dell’amore di Gwen, però, si pongono ben due uomini. Sono Jaanatony Vikary e Garse Janacek, due Kavalar di Alto Kavalan, pianeta lontanissimo da Worlorn, su cui vige un sistema sociale molto particolare, con il quale Dirk dovrà presto imparare a fare i conti. Non solo perchè Jaan e Garse posseggono, in un certo senso, Gwen, ma anche perchè, su Worlorn, abitano altri esseri umani originari di Kavalan, appartenenti però a clan diversi da quelli cui appartengono i due con cui Dirk dividerà casa e cibo, e decisamente poco inclini ad accettare la presenza dei cosidetti “falsi-uomini” come Dirk e Gwen. Così, alla storia d’amore, si aggiungerà presto una pericolosa caccia che vedrà ognuno dei protagonisti impegnato a lottare con tutto quello che ha per riuscire a salvare la pelle. Alla fine di tutto, resterà in piedi solo chi sarà capace di scavare più a fondo nel proprio animo e scendere a compromessi con esso. “La Luce Morente” è, innanzitutto, un romanzo che non soffre affatto lo scorrere degli anni. Pur essendo stato scritto ormai quasi quarant’anni fa, la fantascienza che racconta non risulta mai stantia, vecchia, soprpassata. Anzi. Sarà forse perchè questa non rappresenta il vero “core” del romanzo, ma ne è semplicemente lo sfondo, ma il tutto funziona decisamente bene. Questo è un romanzo di parole, di dialoghi, di scorci e poi aperture improvvise e larghissime su paesaggi magnifici nella loro moribonda bellezza. Un romanzo di confronti continui, alcuni lunghissimi. altri fatti solo di sguardi sfuggenti, tra gli uomini che abitano Worlorn.

Gli uomini, già. Questa strana comunità composta da esseri ,si, umani, ma così diversi tra loro da sembrare, a volte, veri alieni. Dirk e Gwen da Avalon, molto simile alla Terra (ormai dimenticata ed abbandonata ai margini dell’Universo), Arkin da Kimdiss, mondo pacifico e nonviolento, Garse e Jaan da Alto Kavalan, il mondo cui si è già accennato, quello le cui usanze e la cui società è qualcosa di completamente diverso da tutto il resto. Su Alto Kavalan la società è divisa in clan, ogni guerriero ne sceglie un altro come suo “teyn”, ed entrambi possono possedere una sola “beteyn”, una donna reclamata da altri clan o proveniente da altri mondi. Le donne originarie di Kavalan, invece, sono proprietà comune. Il fondamento della società Kavalar è il duello, la prova attraverso cui i guerrieri dei Clan si misurano per riparare torti, vendicare insulti, reclamare donne. Alto Kavalan è un pianeta con una storia avvolta nel mistero, e fantasiosamente ricostruita attraverso leggende e canti epici. Di questa storia mitica, però, molti vecchi Kavalar sono gelosi ed orgogliosi. Non così Jaan Vikary, che è riuscito a ricostruire la vera storia di Kavalan attraverso vecchi database e anni di studi su di essi. Ciò lo rende inviso ad alcuni vecchi Kavalar, facenti parte del clan Braith, che vivono su Worlorn alla perenne ricerca di “falsi uomini” da cacciare, a loro volta decisamente invisi a Jaan, che disapprova le vecchia usanze. Storia e tradizione contro studio e innovazione, conservatori contro progressisti. Una vecchia rivalità, nuovi confronti.

Quella che ci viene narrata è una vicenda tutta umana, che prende le mosse da ciò che si agita nell’animo di ognuno dei personaggi in scena. Che sia amore, odio, rabbia, paura, desiderio di vendetta o voglia di cambiare. Sono i moti interiori di ognuno ad agitare Worlorn. Ma, soprattutto, è la malinconia che accomuna tutti. Le pagine che scorrono velocemente sotto gli occhi trasudano letteralmente malinconia. A partire dalle descrizioni dei paesaggi per finire alle parole di ognuno dei singoli personaggi. Worlorn è condannato a morte, e con lui ogni forma di vita che ne abita la foresta e le città, ormai abbandonate e ridotte a semplici spoglie del glorioso Festival terminato da tempo. Larteyn con le sue mura di pietraluce, Challenge sviluppata su due chilometri di altezza, Kryne Lamiya e il suo canto di morte, Dodicesimo Sogno e la sua arte, tutto è come rassegnato a vedere la propria fine. Tutto è già morto, forse. Morto come il legame tra Dirk e Gwen, come quello tra Jaan e il suo mondo. Ciò che è stato sbiadisce nel tempo e nei ricordi, annega nella tristezza, viene soffocato dalla malinconia della fine che si appresta, veloce, all’orizzonte. Tutto è destinato a perire nell’ultimo atto della storia, quello che sembrerà lasciare aperti molti interrogativi, ma non la domanda di fondo. Si può tornare indietro? Sta a chi legge scoprirlo, dentro di sè, dopo averlo cercato nei protagonisti. Questa è un’opera che tocca l’animo del lettore attraverso quello dei personaggi che presenta. E’ un’opera incredibilmente viva, nella morte, nella malinconia, nel rimpianto.

Menzione particolare va fatta, come sempre quando si parla di Martin, all’immenso e variegatissimo universo narrativo che riesce a dipingere. Nomi su nomi di pianeti e mondi, stelle e galassie, uomini e razze. Una cura per i particolari certosina. Ciò traspare soprattutto dai personaggi. Ognuno di essi ha il proprio carattere, il proprio backgorund, i propri sentimenti, le proprie credenze, la propria vita. Che a sua volta è intrecciata a quella di tutti gli altri. Questo affresco di uomini e storie non sembra avere smagliature, punti deboli. E’, anzi, solido e realistico, nonostante prenda corpo in un mondo lontano nello spazio e nel tempo. Discorso non molto diverso per quanto riguarda la natura e la tecnologia, che Martin tratteggia magistralmente, riuscendo a renderla vibrante nella mente. Suoni, colori, immagini vividissimi, fino all’ultimo. Fino alla preannunciata ed inevitabile fine.

“La Luce Morente” è questo ed altro. E può accontentare tutti. Chi cerca la vicenda umana la troverà nel quadrilatero amoroso Dirk-Gwen-Jaan-Garse. Chi cerca lo spettacolo lo troverà nel magnifico Universo immaginato dallo Zio, che saprà soddisfare anche il più accanito fan di fantascienza. Chi cerca l’azione la troverà nella concitata seconda parte del romanzo. Chi cerca un gran bel romanzo, insomma, non resterà deluso. Anzi. Il vecchio Zio George, se non si fosse capito, ci sa fare alla grandissima. Ed è per questo che è, e probabilmente resterà per sempre, il mio scrittore preferito.

Valar Morghulis.

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