Un labile confine

Tra i giochi che prendono virtualmente polvere nell’hard disk della mia buona, vecchia 360, ce n’è uno cui mi lega un doppio filo. Una sorta di amore-odio dovuto al “vorrei ma non posso” con cui sono costretto a fare i conti ogni volta che avvio il titolo in questione.

Sto parlando di Dark Souls, e della barriera che separa lui e me, il suo finale e la mia mancanza di…qualcosa.

Preciso: ho scaricato Dark Souls come Game with Gold, e se c’è una cosa di cui sono felice, è di non averci speso un euro in più dell’obolo mensile che verso a Microsoft nella speranza di recuperare “aggratise” qualche perla che mi sono perso con il tempo.

Non sono un patito di RPG, tantomeno di JRPG, ma a spingermi a scaricare il titolo targato From Software è stata la mia voglia di mettermi alla prova, di testare le mie capacità con una sorta di esperimento sociale: volevo capire in cosa consistesse la tanto discussa difficoltà di questo gioco. Quella che ho trovato, non è stata difficoltà, però. Almeno, non per come concepisco io il concetto. In Dark Souls mi sono scontrato con la frustrazione. Che è, per me, la conseguenza della mia atavica mancanza di pazienza. Mi confesso: ho abbandonato Dark Souls dopo una decina di ore di gioco, e in seguito alla morte con conseguente status maledizione procuratami nelle fogne dle Borgo dei Non Morti da quelle maledette lucertole sputa-nebbia. Mi sono risvegliato all’ultimo falò, ho visto gli HP dimezzati, ho imprecato, lanciato via il pad e spento tutto. Ci ho riprovato qualche giorno dopo, prima con lo stesso personaggio, con scarsi risultati, e poi con un altro, creato da zero. Fatti i conti il fatto che avrei dovuto ricominciare tutto, però, ho deciso di piantarla lì. Preferisco evitare di prendere fuoco passando davanti al calendario di Frate Indovino appeso in cucina.

Da quello che ho potuto vedere e provare, ho capito, però, che Dark Souls non è un gioco difficile. Semplicemente, è un gioco con una curva di apprendimento molto lunga, che richiede tempo e pazienza per riuscire a padroneggiarne le meccaniche per andare avanti. Tutto qui. Se non si ha la pazienza necessaria a capire come funzioni il gioco, semplicemente, ci si scontra con lo stesso senso di frustrazione che ho provato io di fronte all’ennesima schermata di game over. Non servono particolari abiltià per riuscire a vedere i titoli di coda del gioco. Basta guardare, capire, imparare e ripetere, dal primo all’ultimo nemico che ci si trova davanti. Una volta fatto questo, diventa probabilmente uno dei giochi più semplici (nonchè, evidentemente, divertenti, da affrontare).

Conclusa la lunga premessa, ecco che arrivo al dunque, alla riflessione vera e propria, che potrei ridurre ad una semplice domanda.

Cosa rende un gioco “difficile”?

A mio parere, non la curva di apprendimento. E me ne sono convinto proprio nel momento in cui il fottuto Demone Capra mi uccideva per la ventesima volta. Alla ventunesima, l’avrei sconfitto. Così è stato.

No. Un gioco, per me, è difficile quando richiede delle abilità particolari per essere giocato e completato. Un gioco è difficile quando servono ottimi riflessi per arrivare in fondo ad un livello, quando è necessario possedere buone capacità mnemoniche per risolvere un enigma,quando bisogna essere in grado di prevedere cosa accadrà di lì a qualche frazione di secondo per battere un nemico o superare un ostacolo. Quell’ostacolo, quel nemico,quell’enigma, quel livello, possono presentarmisi davanti centinaia di volte, ma oguna di esse deve essere come la prima. Semplicemente, difficile.

Capisco perfettamente che il confine tra difficoltà e lunghezza della curva di apprendimento sia, in molti titoli, vago e confuso. Posso dovermi confrontare con un processo di apprendimento che mi porta a padroneggiare delle meccaniche, ma trovarmi comunque in difficoltà in particolari situazioni in cui, magari, serve qualcosa in più di ciò che ho appreso fino a quel punto. Oppure, posso dovermi mettere alla prova, costantemente, per tutto il gioco, ma ritrovarmi poi ad affrontare punti specifici che è necessario solo ripetere per qualche volta per poi capire come affrontare. O entrambe le cose. Nello stesso gioco.

Posso affermare, dunque, che un platform come Donkey Kong sia più difficile di Dark Souls. O che un SimCity richieda abilità non richieste sia in Donkey Kong che in Dark Souls, e che possa quindi essere più difficile sia dell’uno che dell’altro. Posso, potrei, ma sarebbe una questione legata strettamente alla mia esperienza e alle mie capacità. Potrei essere un mostro in Dark Souls e fare schifo in Donkey Kong, o il contrario. Potrei essere un ottimo sindaco in Sim City ma fare schifo in Dark Souls. O il contrario. Potrei essere bravo in tutto, o fare schifo in tutto. O il contrar…no…

Per quel che mi riguarda, un gioco non dovrebbe mai portare alla frustrazione. Dovrebbe, semplicemente, far capire subito a chi ci gioca quali abilità occorra possedere per giocarci. Molti potrebbero trovarlo ingiusto, ma per me dovrebbe essere così. Io so di fare schifo nei platform. Mi piacciono, ma faccio pena. Li compro, ma lo so di non avere quel quid che me li faccia completare con la stessa facilità con cui porto a termine un TPS. Faccio, semplicemente, una scelta in base a ciò che ritengo di saper fare meglio. Sono convinto del fatto che, se da domani mi concentrassi solo su Dark Souls, nel giro di un mese diventerebbe semplicissimo. Perchè dovrei solo arrivare a vedere la fine della curva per entrare in rettilineo e spalancare il gas. So di non poter fare la stessa cosa con i platform o i puzzle. Limiti di un Non-Nerd, riflessioni da Non-Nerd.

Chiudo qui. Dark Souls, però, lo finirò, prima o poi (cioè mai).

Valar Morghulis. Demone Capra compreso.

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