La delusione più cocente

Sarà capitato a tutti noi videogiocatori “in carriera”,qualche volta, di incappare in una delusione, piccola o grande che fosse. A me, è capitato spesso. Molto spesso. Che si trattasse di giochi comprati a scatola chiusa e rivelatisi poi davvero brutti, o di titoli attesi da tempo, su cui non vedevo l’ora di mettere le mani , poi abbandonati dopo appena qualche ora di gioco, non fa differenza. Il risultato era sempre lo stesso: la pila di giochi sulla mia mensola aumentava di volume, inesorabilmente, ingrossata dall’ennesimo titolo destinato a non finire mai più nella console di turno.

C’è stato un gioco in particolare, però, che potrei definire “Sua Delusione”, incoronandolo a sovrano assoluto destinato a sovrastare tutti gli altri giochi che, nel corso del tempo, mi hanno fatto cacare. Sto parlando (e so che per qualcuno potrà essere un colpo al cuore) di Saints Row: The Third. Pausa scenica.

…eh già…proprio lui. Il terzo capitolo della saga dei Saints, quello che migliaia di altri videogiocatori hanno eletto a “anti-GTA” per eccellenza, elogiandolo per i suoi aspetti peculiari che, appunto, lo ponevano in competizione con la saga più famosa ed amata del colosso Rockstar.

Ho sbavato per molto tempo dietro a Saints Row: The Third. Ho passato mesi a guardare video-gameplay su Youtube, a leggere recensioni ed opinioni, ad attendere il momento in cui, finalmente, quel maledetto gioco avrebbe visto l’interno della mia 360. Mi sembrava un gioco fatto apposta per me, appassionato dei free roaming e dei TPS, innamorato perdutamente di GTA San Andreas, che con il suo essere divertente e caciarone, mi spinge a giocarlo ancora oggi, a più dieci anni di distanza dall’uscita. Mi sembrava, ancora, che il “core” di GTA:SA potesse rivivere in particolare in questo capitolo di Saints Row, e questo non faceva che far aumentare, in me, la voglia di giocarlo. La sagra del “sembrava”, risoltasi in un “quanto ti sei sbagliato”…

All’acquisto di Saints Row è legato uno dei momenti più belli della mia vita. Ero in vacanza nella terra d’Albione e non ho potuto esimermi dal recarmi in pellegrinaggio a Rugby, amena cittadina della Contea del Warwickshire, luogo in cui è nato l’omonimo sport, da me praticato per molti anni. Dopo la foto di rito sotto la statua di Webb Ellis, presunto inventore dello sport, un’occhiata fugace al campo da gioco del college della città e una visita emozionata al museo del Rugby incorporato nella bottega di Mastro Gilbert, mi accingevo a tornare alla stazione, per salire sul treno che mi avrebbe riportato a Londra. In una strada del centro di Rugby, però, mi sono fermato a guardare le vetrine dei negozi, fino a fermarmi di fronte a quella di uno che vendeva videogiochi nuovi ed usati, ma non facente parte delle varie catene che tutti ben conosciamo. Fiutando qualche possibile affare, sono entrato. Ne sono uscito circa un’ora dopo, estasiato, con il portafogli alleggerito e tre giochi nello zaino. Tra questi, c’era proprio quel Saints Row che tanto bramavo, costato solo 11£ (quando in Italia non si trovava sotto i 35-40 euro). Il giorno perfetto.

Tornato alla base qualche giorno dopo, mi sono fiondato ad accendere l’Xbox per ficcarci dentro la copia del mio prossimo gioco preferito di sempre. Quello che ho trovato, invece, è stata la delusione peggiore di sempre.

Sarà stato per la mia attesa troppo lunga e febbrile, perchè mi ero spoilerato troppi aspetti del gioco, perchè non avevo giocato i capitoli precedenti, o chissà per quale altro motivo, ma sta di fatto che, praticamente da subito, non ho trovato in Saints Row: The Third, quello che mi aspettavo, e che tanto mi era sembrato “figo” nel vederlo giocare da altri.

Innanzitutto, mi ha deluso dal punto di vista tecnico: la città in cui si muove la gang dei Saints è così ben tratteggiata e caratteristica che neanche mi ricordo come si chiami. La grafica è buona, ma c’è più di qualche problemino, ad esempio negli sfondi e con gli NPC, e questo, pur non essendo uno che guarda alla grafica come prima cosa (anzi!), mi ha fatto storcere un po’ il naso. Il design dei personaggi, dei luoghi, dei veicoli e delle armi è volutamente esagerato, e va benissimo, ma tutti questi elementi non mi hanno fornito un feedback soddisfacente. Il personaggio che creiamo e controlliamo è legnoso, così come la guida dei dimenticabili veicoli e le armi con cui sfoltiamo le orde, infinite, di nemici tutti uguali. La campagna principale e le missioni secondarie non sono riuscite a catturarmi (ma forse perchè mi manca l’esperienza con i capitoli precedenti della saga) e non ho trovato personaggi secondari particolarmente interessanti o profondi. Insomma, senza tirarla per lunghe, visto che sto parlando comunque di un gioco del 2011, Saints Row mi ha deluso. E l’ho abbandonato. In questo preciso momento, è lì, in mezzo alla pila, impolverato e triste, dimenticato, insieme a tanti altri come lui.

Da tutto ciò, ho ricavato una riflessione e un insegnamento di vita. E se il secondo mi ha portato poi, negli anni successivi, a comprare solo titoli che muovevano in me particolari moti di entusiasmo, senza però che questi mi portassero a sbavare eccessivamente dietro il titolo in questione; la prima è tutt’ora solo l’ennesima pagina aperta nella mia mente, pronta ad essere aggiornata al momento del bisogno. In cima a questa pagina, c’è una domanda: un titolo che viene sviluppato e poi accolto e giocato per essere quasi solamente l’antagonista di qualche altro titolo, è destinato a durare nel tempo, se il secondo termine dei questo paragone è una strapotenza del settore? Ha senso definire Saints Row “l’anti-GTA”, se i punti di contatto tra i giochi si fermano alla loro caratteristica principale, (cioè l’essere dei free roaming in terza persona) differenziandosi poi in tutto il resto? Se i GTA fanno del divertimento e della assoluta libertà d’azione il loro punto di forza, anche attraverso le missioni secondarie, permettendo al videogiocatore di scegliere come agire di volta in volta, personalizzando il gameplay e l’approccio al gioco in generale, con in più una trama da film che catturi e spinga a portare a termine la campagna principale per vedere “come va a finire”, cosa fanno in Saints Row? Puntano all’assurdo, all’estremo, al fuori di testa a tutti i costi, cercando di farsi notare in stile “EHI! VENITE DA NOI! ABBIAMO LA MOTOSEGA A FORMA DI DILDO!!!!! E POTETE METTERE IL REGGISENO AL VOSTRO PERSONAGGIO CON IL PENDOLO!!!!”. Quanto pubblico può catturare un gioco con uno stile così? Quello di nicchia, sicuramante, ma molto meno di quello che, invece, è attratto dalla controparte (e i dati di vendita parlano per me). Può essere divertente fare carneficine di stangone in calze a rete e AK, vestiti da coniglio con il tanga e sparando da un camion a forma di gatto, ma ci sta che possa venire a noia facilmente, soprattutto se tutto questo è la normalità, la routine del gioco, e non un’eccezione. Rockstar, ad esempio, ha saputo “prendere in prestito” dalla saga di THQ qualche elemento fuori di testa, integrandolo però perfettamente nel contesto GTA. Con i Saints, invece, si è deciso di continuare a tirar dritto, facendo uscire un quarto capitolo, per fare un altro esempio, con un protagonista con i superpoteri che combatte gli alieni. Inutile precisare che, personalmente, ho preferito lasciare sullo scaffale del negozio il gioco in questione, per puntare su un ben più solido GTA V. Potere del marketing.

Questa non è una critica a Saints Row: The Third, nè alla saga intera, nè alle scelte della SH che lo sviluppa, nè tantomeno, a tutti quelli che lo acquistano, lo apprezzano e ci si divertono. God bless you.

Questa è solo l’ennesima, insignificante, riflessione di un Non-Nerd che, cercando il 3DS, stamattina, si imbatte nella famosa pila e incrocia lo sguardo triste  della scatola di un gioco uscito 3 anni fa e…lo riprende…lo rificca dentro la 360…e si ritrova faccia a faccia, come era inevitabile che fosse, con la delusione più cocente della sua vita.

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