Quel capolavoro de “Lo Hobbit”

Ci sono cose che, più di altre, meritano di essere definite “capolavori”. Sono opere senza tempo, ma che hanno segnato epoche e ispirato un’infinita quantità di persone a venire. Tra di queste, per quanto riguarda il fantasy, c’è sicuramente “Lo Hobbit o la Riconquista del Tesoro”, del Maestro Tolkien. Opera concepita e venuta alla luce prima de “Il Signore degli Anelli”, con cui ha davvero poco a che fare. Il perchè è presto detto, ed è ciò che bisogna accettare prima di immergersi nella lettura. “Lo Hobbit” è, secondo il suo stesso autore, nient’altro che una fiaba, un racconto per ragazzi. E’ l’avventura di un piccolo personaggio in un mondo vasto aldilà della sua immaginazione. E’, probabilmente, la realizzazione di tutti i sogni del bambino che si nasconde in ognuno di noi.

“Lo Hobbit” narra di Bilbo Baggins, uno dei tanti placidi Hobbit che popolano la Contea, che si ritrova improvvisamente, e involontariamente, coinvolto in qualcosa molto più grande di lui. Un’avventura che lo vedrà staccarsi da tutto ciò che ha di più caro (dalla sua poltrona di fronte al camino alle colazioni al sole della Contea) e partire per un viaggio lungo e pericoloso in compagnia di tredici Nani e uno stregone. Un viaggio che dovrà portare i Nani e il loro “Scassinatore” (titolo con cui Bilbo viene assunto dalla Compagnia) alle pendici della Montagna, un tempo sede del regno dei Nani, in cui si nasconde, addormentato su un mucchio d’oro non suo, il drago Smaug. Obbiettivo della Compagnia di Thorin Scudodiquercia, Erede del Re Sotto La Montagna? Neanche a dirlo: riconquistare la sua dimora, il suo oro e tornare a regnare, per riportare il popolo dei Nani agli antichi fasti, prima che i draghi come Smaug calassero su di loro portando fuoco e rovina, impadronendosi dei loro affetti e costringendoli a spargersi per il mondo, in cerca di una nuova vita e una futura vendetta.

Questa, davvero in sintesi, è la trama dell’opera. E non ci si potrebbe immaginare nulla di più “fantasy”: Nani, stregoni, draghi, avventure e luoghi tanti affascinanti quanto ostili. Il tutto, però, è narrato con una leggerezza ed una spensieratezza che pochi altri fantasy possono vantare, ed al contempo inserito in un mondo che l’autore fa di tutto per far risultare reale. Non c’è la ricerca dell’epica de “Il Signore degli Anelli”, nè della solennità de “Il Silmarillion”. C’è solo pura narrazione. Quella cui basta accennare i tratti di un paesaggio per ricrearlo automaticamente nella testa del lettore, quella cui non servono le descrizioni dei personaggi…sappiamo tutti come è fatto un Nano, o uno Hobbit! Quella da cui risulta difficile staccarsi, perchè non si vuole fare altro che voltare pagina e scoprire cosa accadrà dopo. La magia de “Lo Hobbit”, in fondo, è questa.

Per far comprendere meglio la potenza di questa magia, però, credo che non possa fare a meno di descrivere le mie sensazioni di lettore. Di bambino, di adolescente e poi di “quasi adulto”. Ho letto “Lo Hobbit” in ogni fase della mia vita, da quando l’ho scoperto, e non ne sono mai rimasto deluso. Seguendo le vicende di Bilbo, le emozioni si sono ripresentate ogni volta identiche, ed ogni volta potenti come se fosse la prima. Ed erano emozioni che non ho potuto far altro che ricondurre alla vita reale di ognuno di noi, ed in particolare, non so perchè, al ciclo delle stagioni. O, almeno, a come percepisco io questo fenomeno naturale. E’ un’interpretazione che ha preso corpo con lo scorrere del tempo e delle pagine contemporaneamente, e non c’è modo migliore con cui io riesca a descrivere la mia opera letteraria preferita in assoluto.

Si passa dall’estate del caldo ed abbacinante sole della Contea, con i suoi campi verdissimi e i suoi sentieri che si inerpicano per boschi e colline, compresa quella che ospita Casa Baggins; all’autunno delle Montagne Nebbiose con i loro valichi tempestosi e le loro gallerie pullulanti di Orchi, e di Bosco Atro, con i suoi sentieri bui e pericolosi, tana di enormi  Ragni, e le sue oasi di pace, create per magia dagli Elfi Silvani, signori dei boschi, dalla cui prigionia Bilbo e compagnia fuggono in modo talmente carambolesco da risultare più comico che drammatico, fino all’inverno della Montagna Desolata, spazzata dai venti e arida come il deserto, tana del temibile Smaug, che domina su Pontelagolungo e le vite degli Uomini che ivi risiedono; fino alla primavera, che segna la fine della magnifica avventura della Compagnia e culmina nella riconquista e nel viaggio verso casa di un Hobbit molto diverso da quello che era partito, una mattina d’estate, senza fazzoletto, cappello, un po’ di soldi e la colazione.

Ma c’è di più, molto di più. Come tralasciare il momento in cui Bilbo, separato dai Nani, fa una scoperta tanto casuale quanto fondamentale per il destino della Terra di Mezzo, sotto le Montagne Nebbiose, vincendo una sfida particolare con una creatura antica come le Montagne stesse? E come dimenticare Beorn e i suoi magnifici animali, che vivono in una casa fatta di legno e circondata da fiori al confine con Bosco Atro? O Bard, intrepido arciere di Pontelagolungo, che sfida il drago con una sola freccia e tutto il coraggio e lo sprezzo del pericolo che un semplice mortale può avere? O ancora i Nani stessi, con i loro nomi che sembrano una filastrocca e il determinato Thorin a guidarli? E la battaglia finale ai piedi della Montagna, quella chiamata “dei Cinque Eserciti” da chi vi ha preso parte, e solo raccontata da Gandalf a Bilbo, svenuto per una sassata presa a scontro appena iniziato? E, infine, come si può non parlare di Bilbo stesso, cresciuto e maturato insieme alle vicende che lo vedono protagonista, che impara ad impugnare la spada al posto del bastone da passeggio, ad affrontare pericoli mortali per un piccolo Hobbit come lui, a rispettare e persino a voler bene ai suoi compagni d’avventura, che un tempo gli invasero casa e gli svuotarono la dispensa? Ecco, la magia de “Lo Hobbit” è anche tutto questo.

“Lo Hobbit” è il trionfo del fantasy all’ennesima potenza. Quello vero, che racconta di mondi incantati popolati da strane creature, eroi leggendari e mostri spaventosi. Quello che racconta di avventure e pericoli, ma che non disdegna la battuta di spirito e una spruzzata di comicità. Quello che, infine, riesce a catturarci e non farci andare via, intenti come siamo ad immedesimarci e farci sentire parte integrante del mondo che l’opera descrive.

Tolkien è riuscito a concepire una fiaba per ragazzi che, a mio parere, è diventata la colonna portante del fantasy, la chiave di volta di un genere intero, l’esempio cui tutti quelli che verranno dovranno rifarsi, per comprendere fino in fondo quanto, a volte, basti davvero poco per creare un capolavoro in grado di portare un po’ di magia nella vita di tutti noi.

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