Ciao ciao Gioco del Trono

Questa volta non ci saranno lunghe e noiose introduzioni in cui me lo meno per il fatto di essere un lettore della saga piuttosto che un fan della serie. Quello l’ho fatto la scorsa settimana, quindi tiro dritto, consapevole di essere ricascato anche questa volta nell’introduzione di cui sopra. Benissimo.

Game of Thrones, dunque. Seeeaaasooon finaaaale, dunque. Com’è stato? In una parola: Scontato. Decisamente.

Scontato, a larghi tratti anche banale, a sprazzi perfino ridicolo. Ma era ovvio che sarebbe andata a finire così, ed il perchè è piuttosto semplice: perchè è così che il pubblico vuole che vada, e non ha senso non dare in pasto al pubblico esattamente ciò che questo chiede a gran voce. Lo so, ormai è un giudizio largamente condiviso da buona parte di chi critica la serie, ma ciò non significa che sia falso.

E’ tutt’altro che falso, alla luce di quanto visto nel corso della puntata. Che non ha senso analizzare tutta, perchè, al netto di un paio di (più o meno) colpi di scena a tinte rosso-Lannister, tutto è andato esattamente nella direzione ampiamente prospettata (nonchè, ahimè, auspicata) dalle schiere di fan che appestano la già fetida aria internettiana. Fatalmente, inevitabilmente. Innegabilmente. Eppure eccomi qua. A parlare della grande reunion di Approdo del Re.

I Lannister non stanno simpatici. O meglio, Cersei non sta simpatica. Alla maggior parte del pubblico, almeno, che ritiene l’ultimo personaggio ancora tutto sommato “martiniano” una pazza psicopatica da togliere di mezzo il prima possibile. Uscirà di scena, Cersei, ovvio, ma il momento di dare la definitiva piallata alla già incredibilmente piatta trama della serie non è ancora giunto. Quello giunto è stato invece il momento in cui la lucida follia di Cersei perde l’aggettivo, ormai evidentemente consono solo alla mano d’oro di Jaime, la cui evoluzione trova compimento(?) nell’abbandono della sorella a seguito del tradimento che questa intende compiere nei confronti dei nemici-neoalleati con l’aiuto della Compagnia Dorata e Euron. Salutiamo tutti insieme il gioco del trono che va a farsi fottere. Ciao ciao!

Game-of-Thrones-7x07.jpg
Time to say goodbye

Chi sta più simpatico, o meglio, chi fa bagnare le mutandine delle fangirl è invece il buon Jon Snow, che decide di fare lo Stark a tutti i costi (mentre e Grande Inverno i veri Stark non lo fanno, ma ci arriveremo) prima di essere protagonista dello spiegone finale: Jon non è Snow, non è Sand, ma è Targaryen. E non è neanche Jon, ma Aegon. Per qui due-tre che ancora non l’avessero capito, niente paura, ci pensano Sam e l’inespressività di Bran. Troppo tardi, però. Perchè il bel Jon-Aegon (vi dò ancora un po’ di tempo per digerire il coup-de-theatre) ha già impalmato, nella scena che meno mi auguravo di vedere (nonchè l’unica che non si poteva proprio evitare), la zia Dany, un’altra che sta perlopiù simpatica (per forza, ha i draghi e il girl-power) e che fa bagnare le mutande dei maschietti.

A Grande Inverno, intanto, come dicevo, gli Stark decidono di imitare gente morta qualche stagione fa mettendo su un processo farsa nei confronti di Ditocorto, altro personaggio inviso alle masse (forse perchè anche lui tra i pochi rimasti a poter conferire un minimo di complessità a tutta la faccenda), sommariamente giustiziato da psyco-Arya su ordine di Sansa, la degna lady di Grande Inverno. Giubilo dei fan davanti agli schermi, un abbraccio alla nobile casa Stark e ancora ciao ciao al gioco del trono. E’ stato bello finchè è durato.

Per chiudere, in ordine sparso, un po’ di altre stronzate, tra le quali: dialoghi senza senso tra personaggi ormai del tutto sputtanati (i fratelli Clegane, Brienne-Jaime), personaggi già ampiamente sputtanati ma con cui non si era finito (Tyrion), inevitabili momenti cinepanettone (gli inefficaci colpi bassi a Theon), trovate sceniche a dir poco discutibili (tutto quello che fa Euron) e un finale che, per quanto visto in precedenza, è solo scenografia: perchè un drago-non morto dovrebbe sputare il raggio atomico di Godzilla? E che senso ha mostrare un’armata sterminata di non-morti, quando sappiamo che basta uccidere gli Estranei per farne fuori a badilate in un colpo solo? Domande cui è superfluo dare risposte. Perchè l’inverno è arrivato. Ce ne ha messo di tempo…

maxresdefault.jpg

spot the differences.jpg
“Trova le differenze”

Game of Thrones, ormai, si scrive praticamente da sola, anche se sarebbe meglio dire che, arrivata a questo punto, si limita a trascinarsi in giro come le gambe mozzate del non-morto nella sabbia della ridicolmente minuscola Fossa del Drago. Ma lo fa vestita di tutto punto, e il fumo negli occhi ai fan piace sempre. Di fatto, però, la serie ha accantonato ogni ambizione, ogni velleità di stupire come faceva ai tempi in cui era “la serie in cui muoiono tutti XD“, per lasciarsi andare ad un continuo, sfiancante, melenso assecondare i gusti del suo vastissimo e casualissimo audience, che da parte sua sembra felicissimo di continuare a galleggiare nella minestra riscaldata di clichè, banalità e nonsense che in casa HBO rimestano con certosina cura.

Da questo momento abbiamo due anni prima di tornare a Westeros in tempo per assistere alla battaglia finale tra il bene che vince e il male che perde. Tra bianco e nero. Tra fuoco e ghiaccio, prima che tra draghi e quel che resta dei leoni, se a questi sarà concesso di resistere solo per crepare male alla fine di tutto, come chi realmente decide vuole. Dubito che potrà andare diversamente. Ciao ciao gioco del trono.

Valar Morghulis

Annunci

Game of Thrones: la peggiore miglior puntata di sempre

Ah, l’estate… L’estate è dove succedono cose. Cose assurde. Come ad esempio il fatto che il sottoscritto si ritrovi a seguire la serie tv del momento, quel Game of Thrones che da vero talebano della versione letteraria aveva smesso di guardare più o meno nel momento in cui si era capito che dello Zio George, in casa HBO, ci fossero rimaste sì e no le bretelle.

Non che fosse mia reale intenzione tornare da quelle parti, sia chiaro, ma non potevo sottrarmi alla richiesta della mia signora di guardare insieme una puntata. E non una puntata qualsiasi, bensì quella del tanto atteso incontro Daenerys-Jon. Galeotto fu lo streaming. Già, perchè è proprio per ciò che ho visto in quell’oretta scarsa che ho deciso di continuare a seguire la serie. “Perchè ti è piaciuta, dai, ammettilo!” direte voi. “Manco per il cazzo” rispondo io. E quindi?

(L’estate è davvero dove succedono cose. Come il fatto che il sottoscritto sia qui a SCRIVERE di Game of Thrones. In attesa dell’Estate, quella vera, quella in cui ci libereremo per sempre di questa serie e dei suoi bislacchi fan. Mo l’ho detto.)

E quindi, da dove cominciare? Ah, si…dalla fine, o quasi. Da quello che, cioè, si è visto nell’ultima puntata andata finora in onda: la penultima di questa, meravigliosa(?), stagione. Sbattendomene allegramente del fatto che potrei fare spoiler o rovinare la misera vita di qualche disgraziato fan di questa melma putrida, ma procediamo con ordine.

Questa sesta puntata (o 7×06, come fa figo dire ora) è, per quanto mi riguarda, il picco più basso della stagione, nonchè il segno più evidente della pericolosa china che l’intera serie ha preso da quando le menti geniali di casa HBO hanno deciso che (giocoforza sotto certi punti di vista, questo va detto) i libri della saga erano buoni solo per fermare i tavoli che traballano. Marketing, necessità di dover chiudere entro qualche anno, costi, cazzi vari, poco importa: la serie ha abbandonato la solida terraferma della saga martiniana per avventurarsi nella palude di una sceneggiatura mediocre, nella quale sta affondando a velocità folle.

La stessa con cui si susseguono gli eventi che vedono protagonisti, su tutti, i Magnifici Sette oltre la Barriera, che danno il peggio di loro nel tentativo di mettere in atto il piano più scemo della storia dei Sette Regni. Una pensata davvero degna della proverbiale arguzia di Jon Snow e che, com’era ovvio, rischia di naufragare un attimo dopo essere stata sul punto di filare liscia. Al Re della Notte, cari Jon e soci, non la si fa sotto al naso: neanche se per risolvere quel pasticciaccio brutto oltre la Barriera si chiede aiuto ad un’altra mente geniale, quella Daenerys che in quanto ad astuzia se la batte con la Montagna che cavalca, e che per mettere una pezza all’idiozia altrui ci rimette un drago. Ma conquista un nuovo alleato, il cuore del bel Jon e l’interruzione della guerra che stava finalmente combattendo dopo averci fracassato le palle per anni. Bell’affare.

Show me what you got!.png
Show me what you got

Ora, che gli eventi riguardanti i Magnifici Sette e Daenerys abbiano più problemi di Jaime quando si fa il bidet, è palese. Così come è palese che siano tutti dovuti alla già citata sceneggiatura, messa bellamente da parte in favore della spettacolarità delle scene crossover con The Walking Dead. Detto dell’idiozia del piano, quello che vediamo è un susseguirsi di escamotage per far sì che riesca, a partire dal modo in cui la Suicide Squad in pelliccia cattura l’Estraneo che gli serve, l’unico sopravvissuto (MA GUARDA UN PO’) della combriccola di zombie che attacca i nostri baldi eroi, e che viene sterminata perchè Jon abbatte l’Estraneo che l’ha “evocata”. Cazzo che trovata! Adesso sappiamo perfettamente come sarà annientato l’esercito di non-morti che minaccia Westeros! Complimenti! Per non parlare di tutto il resto: lago ghiacciato con isolotto, corvi e draghi a propulsione atomica, giavellotti magici, cliffhanger telefonati e, per finire, il fastidioso abuso di deus ex-machina: da Daenerys a Benjen, che sbuca dal nulla per salvare il culo a Jon. Francamente, un po’ esagerato. Nonchè, a mio avviso, davvero poco Martin-style. Ma passiamo oltre.

Perchè, nel frattempo, a Grande Inverno sta andando in scena “Oggi le comiche”, con Ditocorto che tenta di manipolare le sorelline Stark mettendole l’una contro l’altra, riuscendoci, o forse no, perchè le sorelline Stark stanno in realtà fingendo di darsele nel tentativo di far fuori il buon Petyr, o forse no. Il tutto con uno con un essere onnisciente accanto. Bellissimo. Qui di magagne ce ne sarebbero già di meno ( coff coff MASCHERE DI GOMMA coff coff), se non fosse per il fatto che abbiano totalmente perso il controllo dei personaggi, Petyr a parte, che dal suo angoletto buio continua a fare ciò che ha sempre fatto, ma che ora deve vedersela con una ragazzina psicopatica e una “Cersei-vorrei-ma-non-posso”. Tutto molto interessante, si si.

 

Ecco Arya durante l'addestramento presso gli Uomini senza volto.jpg
Un’immagine di Arya durante l’addestramento con gli Uomini senza volto

 

In tutto ciò, dei Lannister, gli unici che stanno agendo con un minimo di lucidità, ovviamente nessuna traccia. Li vedremo nel prossimo episodio, quando la delegazione Targaryen porterà ad Approdo del Re il non-morto tanto faticosamente catturato. Come reagirà Cersei a questo sconvolgente fatto della non-morte, calcolando che di zombie ne ha già uno, e pure bello grosso, a corte? Chissà…

Quel che è certo è che sono sempre più deluso. Non solo perchè, come ho già spiegato, la serie ha preso una piega davvero pessima, a mio avviso, ma anche perchè non riesco a vederci del bello da nessun punto di vista. Ho letto pareri della serie “6×07 best puntata evah!!!!1!1!!!” Se è così, sono contento di aver mollato lo show tempo fa. Non perchè non sia fedele al 100% alla saga, ma perchè, per me, semplicemente mediocre, ormai quasi totalmente svuotato di tutto ciò che di Martin poteva avere.

Quello che mi pare di vedere è una corsa a perdifiato per far sì che, alla fine di tutto, le pedine siano perfettamente posizionate sulla scacchiera, e fanculo tutto il resto. Profondità dei personaggi, complessità delle situazioni, coerenza…tutto sacrificato sull’altare del fanservice che impregna praticamente ogni scena, ma in particolar modo quelle che sembrano scritte apposta per dar modo ai più attenti di speculare per una settimana, in attesa della prossima puntata.

E a me, sinceramente, tutto ciò non riesce proprio ad andare giù.

Valar Morghulis

Caccia alla balena blu

Che cosa sia la Blue Whale Challenge credo che ormai lo sappiano anche i sassi. Dubito che chiunque bazzichi anche distrattamente il magico mondo dell’Internet non si sia imbattuto, negli ultimi giorni, in post o articoli di varia natura a riguardo, motivo per cui ritengo inutile riportare tutto anche in queste righe, e quindi andiamo avanti.

Questo post nasce da un’esigenza personale, sentita spesso anche in passato, come testimoniato da molti post precedenti: esprimere ciò che penso a proposito del mondo dell’informazione italiana. E la storia della Blue Whale casca a fagiolo. Ma prima, un piccolo passo indietro, per fare un po’ di chiarezza su alcuni punti che sembrano essere oscuri ai più, anche se pare che altri se ne stiano piano piano accorgendo, andando a scavare un po’ più in profondità nel merito della faccenda.

Della Blue Whale Challenge si sa davvero troppo poco per delineare un quadro chiaro del fenomeno e della sua portata. Un po’ per via della barriera linguistica, e molto, invece, a causa dell’estrema scarsità di fonti affidabili. Quel che si sa con ragionevole certezza, però, è che la Blue Whale è qualcosa che circola su Internet da anni, e sotto varie forme. E se è altamente probabile che sia in qualche modo reale e davvero partita dalla Russia, è invece piuttosto evidente che sia divenuta in poco tempo una delle tante creepypasta che passano di profilo Reddit in profilo Reddit, autoalimentandosi e sconfinando presto nel campo delle leggende metropolitane che per ragioni diverse emergono di volta in volta dai più oscuri meandri del Web, a volte a distanza di anni. Per quanto mi riguarda, trovo tutta la storia estremamente confusa. Motivo per cui resto dubbioso della veridicità dei fatti, almeno per come sono stati presentati.

Ed arriviamo dunque al punto: i fatti, e come sono stati presentati. Perchè sembra che nessuno di coloro che hanno cominciato a parlare di questa vicenda si sia preso la briga di fare le dovute verifiche. E non stiamo parlando di misconosciuti siti web in cerca di click facili, ma di note testate giornalistiche nazionali e, soprattutto delle Iene, “colpevoli” di aver fatto esplodere il bubbone, con un servizio che credo chiunque ormai abbia visto.

Un servizio confezionato ad arte per colpire nel vivo il pubblico target del programma, in buona parte lo stesso pubblico del “CONDIVIDI FAI GIRARE!” che utilizza Internet in modo estremamente incosciente e sciocco, esattamente come potrebbero averlo utilizzato i ragazzi protagonisti dell'”affaire-Blue Whale“, quelli che nel servizio delle Iene ci vengono presentati come “adolescenti normalissimi” che si gettano dai tetti dei palazzi perchè in 50 giorni sono stati portati alla depressione da un perverso giochino psicologico organizzato da ignoti sadici che “ce l’hanno con i bambini“.

Il servizio delle Iene, nella sua sconcertante banalità, è un piccolo capolavoro di non-informazione: la butta schifosamente sulle emozioni forti, giocando con le lacrime delle due madri intervistate e le immagini decontestualizzate dei ragazzi ripresi nell’atto di farla finita. Immagini che potrebbero risalire a chissà quando, chissà dove, chissà chi, ma che vengono spacciate per autenticamente connesse al Blue Whale senza lo straccio di una prova. Così come senza la straccio di una prova è tutto il resto. Niente dati ufficiali, niente fonti, niente di niente. Solo tutto quello che si può trovare sul Web, buttato dentro alla rinfusa. Così, tanto per confondere ancora di più. Fino all’ultimo atto, quello che personalmente ho trovato davvero vergognoso: l’intervista al presunto compagno di classe del quindicenne di Livorno suicidatosi qualche mese fa con la stessa modalità proposta dal Blue Whale: gettandosi giù da un palazzo. Domande vaghe e risposte vaghissime, che tutto fanno tranne che convincere chi guarda (possibilmente con il cervello accesso) che effettivamente quello di Livorno possa essere definito “il primo caso di Blue Whale in Italia“. Anche perchè, si noti bene, chi conosceva veramente la vittima, la sua famiglia, non è stata minimamente chiamata in causa. Strano, eh?

Inutile ripetere che il servizio delle Iene abbia causato un vero e proprio terremoto, almeno in Rete, e che per qualche giorno non si sia parlato d’altro, prima che a qualcuno venisse in mente di fare un po’ di sano fact checking. Ciò non toglie che anche dopo si sia letto e visto un po’ di tutto: dalla più retorica indignazione all’approfondimento ed all’analisi del fenomeno non si sa bene su quali basi, fino all’ondata di assurde recensioni negative di ogni cosa abbia nel nome “Balena blu“, per non parlare dell’annoso problema del rischio emulazione (il famoso “effetto Werther“), per cui nelle ultime ore è un fioccare, soprattutto su Youtube, di adolescenti e pre-adolescenti che sostengono di aver provato la Blue Whale o di aver conosciuto gente che è arrivata addirittura fino in fondo. Problema da non sottovalutare, perchè non fa altro che ingigantire nell’immaginario collettivo la portata di un fenomeno che sarebbe altrimenti rimasto confinato a 4chan et similia. E torniamo dunque all’informazione, ed al ruolo che dovrebbe svolgere.

Di Blue Whale, prima di qualche giorno fa, in Italia, se n’era parlato pochissimo, e mai a livello mainstream. Poi sono arrivate le Iene, che hanno giustamente pensato di dare retta ad una segnalazione praticamente anonima, e che, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere tranquillamente frutto della mente di qualche trollino. Il proverbiale sassolino che scatena la valanga, anche stavolta felicemente cavalcata da gran parte dell’informazione italiana, diretta contro il solito obiettivo: l’Internet brutto e cattivo che trova terreno fertile nella massa di ragazzini sfigati, smidollati e senza valori che passano le giornate con il naso incollato allo smartphone, gli stessi ragazzini che spesso sono i figli e i nipoti proprio del pubblico delle Iene di cui sopra. C’è evidentemente qualcosa che non va. Ma a quanto pare, non lo si vuole vedere. L’importante è sparare nel mucchio, ma con le dovute precauzioni, ovvio: pubblico avvisato, mezzo salvato: “Adulti, state vicini ai ragazzi durante il servizio“. Certo, ma chi sta vicino a padri, madri e nonni? Di certo non l’informazione. Neanche quella più “autorevole”, neanche quella più mainstream, troppo impegnata a cavalcare la già citata valanga per accorgersi del fatto che fosse venuto il momento di fare il proprio dovere. Per qualche click in più, forse. Aspettando la prossima valanga.

Valar Morghulis

 

La potenza è nulla senza le esclusive

E’ passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che ho aggiornato questo blog, parlando dell’affaire-Scalebound ma soprattutto di Microsoft, delle sue strategie e del suo futuro. E’ passato un bel po’ di tempo, eppure eccomi di nuovo qui, con lo stesso argomento, sebbene cambino le circostanze. Non una morte prematura, ma una nascita, e neanche troppo annunciata, a questo punto dell’anno e con l’E3 praticamente alle porte. La nascita, ovviamente, è quella di Project Scorpio, la prossima console della casa di Redmond, le cui specifiche tecniche sono state svelate oggi, per la prima volta, in esclusiva Digital Foundry.

Molto bene. Ora: quella che segue non è un’analisi tecnica delle specifiche di Scorpio. Ammetto di non essere abbastanza competente per disquisire di gigahertz, terabyte, teraflop e megazord vari, e francamente, neanche mi interessa. Ecco. Il punto è proprio questo: che “a me piacciono i videogiochi.” (cit.)

Ed è proprio per questo che il mio primo pensiero dopo l’unveil (quanto fa figo usare un termine inglese per uno italiano che non ti viene?) di Scorpio è stato: “E allora?

No, non vengo da Marte, e nemmeno dal Paese delle meraviglie. So benissimo a cosa servano concretamente queste presentazioni, così come so benissimo che in giro per il globo ci sono orde di smanettoni pronti a menarselo al solo sentir sciorinare specifiche tecniche, per non parlare di tutti quelli che non aspettano altro che sentir sciorinare specifiche tecniche per poi riversarsi in rete e proseguire le loro personali crociate alla conquista della Terra Santa della masterrace. E’ una cosa che non capisco e che a stento tollero, ma questo è un altro paio di maniche. Il mio “e allora?” non è frutto della smania di vedere un case, ma del burrascoso recente passato, degli ultimi quattro anni, di Xbox One, del fu Scalebound e di tutti i macroscopici errori ed orrori (chi ha detto Kinect?) commessi da Microsoft fin qui.

Ed arriviamo dunque al nocciolo della questione: che ne sarà della potenza di Scorpio, se non cambierà la strategia di chi la lancia sul mercato? Che ne sarà di Scorpio se non ci saranno gli Scalebound di turno perchè si è talmente poco attenti e lungimiranti dal trascurare i videogiochi per concentrarsi su altro? Perchè quelle che in effetti è un upgrade di One e non un nuovo inizio? Forse perchè quattro anni sono pochi per chiudere il ciclo vitale di Xbox One, o perchè la concorrenza in fondo ha già adottato la stessa strategia (ma con quali risultati?), o perchè dalle parti di Redmond si teme un altro catastrofico flop, o perchè semplicemente si sta procedendo alla cieca, a mio avviso mancando però il bersaglio. Di nuovo: la potenza è nulla, senza i giochi.

Egoisticamente, rivendico la mia totale mancanza di interesse in un ammasso di plastica e silicio più pompato di quello che in questo momento giace silenziosamente addormentato e impolverato sulla mia scrivania. Non ne voglio sapere di quanto spacchi i culi Scorpio, se questo significa solo far girare un vecchio gioco a 4K.

project-scorpio_notizia-5-4-3-2.jpg

Sinceramente, sticazzi. E arrivati a questo punto anche dell’ennesima ridda di promesse su fantomatiche “migliori line-up di sempre” ed esclusive che non si sono mai viste ma che “state tranquilli, arriveranno“. Peccato che tutti sappiamo come è morto Tranquillo…

Ovvio, non mi aspettavo di certo di vedere o sentir parlare di titoli già oggi, ci mancherebbe altro, ma ritengo sia estremamente doveroso mettere già le mani avanti, in attesa di un E3 che Microsoft non può proprio permettersi di bucare. Perchè ha probabilmente l’ultima chance, almeno per quanto riguarda me, anche se credo fermamente di non essere il solo.

E se questo può sembrare solo il capriccio di un videogiocatore medio deluso, beh…lo è.

Valar Morghulis

Il fu Scalebound

Scrivere questo pezzo non è stato facile. Per svariati motivi, primo dei quali il grosso hype che avevo per un titolo, l’ormai fu Scalebound, che, a meno di grosse sorprese, non vedrà mai la luce. Tristezza, delusione, incazzatura…difficile dire con precisione quali sensazioni abbiano prevalso nel leggere dei rumor che volevano interrotto lo sviluppo del titolo, nonchè, a distanza di pochi minuti, il comunicato ufficiale da parte di Microsoft che annunciava la cancellazione del progetto. Un uno-due tremendo, per me così come per tutto il mondo dei videogiochi, o almeno la parte sana di esso, quella che non gioisce in rete per la cancellazione di un titolo importante, e soprattutto di un’esclusiva di peso all’interno della line-up 2017 di Microsoft. Stronzi a parte, la notizia della morte di Scalebound deve far riflettere. Almeno, deve far riflettere chi ha a cuore Platinum Games, ma anche e soprattutto Microsoft e un progetto, Xbox, che sembra oggi più che mai al capolinea.

Che lo sviluppo di Scalebound non procedesse esattamente a gonfie vele era noto. Le difficoltà di Platinum Games, gli attriti con Microsoft, quel pazzo di Hideki Kamiya e, lo scorso anno, una prima dimostrazione in-game che aveva lasciato piuttosto perplessi, quantomeno per una realizzazione tecnica del titolo che, seppur in maniera evidente ancora alle prime fasi, strideva alquanto con la pompa che ne aveva accompagnato l’annuncio, tra dichiarazioni altisonanti e un paio di trailer che avevano acceso la fantasia degli utenti Xbox. Un rinvio c’era già stato, la sensazione che Platinum dovesse ancora lavorarci parecchio pure, quel pazzo di Hideki Kamiya…insomma, qualche segnale preoccupante c’era. Ma che finisse così, francamente, no.

E qui entra in gioco Microsoft. Lei e le sue sempre meno chiare strategie, lei e i suoi sempre più imperscrutabili progetti per il futuro. Personalmente, non sono tra coloro che accollando tutte le colpe del naufragio di Scalebound alla casa di Redmond. Insomma, quando hai a che fare con lo sviluppo di un titolo amibizioso, Platinum Games e quel pazzo di Hideki Kamiya, qualche inconveniente lo metti sicuramente in conto. Ma, e mi tocca ripeterlo, qui stiamo parlando di un’esclusiva che potrebbe (meglio, avrebbe potuto) influire discretamente sulla tua line-up, e…che fai? La molli.

Si, ripeto, problemi, ritardi, quel pazzo di Hideki Kamiya, tutto giusto, per carità. Che a forza di tirare, prima o poi la corda si spezzi, ci sta. Ma sei Microsoft, hai delle responsabilità, e non puoi sperare che l’annuncio della cancellazione di un titolo come Scalebound non scateni delle reazioni nella tua già poco tutto utenza, per non parlare di tutti gli altri. Quello che è davvero successo tra Microsoft e Platinum Games non lo sapremo mai, non sappiamo quanto la prima abbia provato a tenere in piedi la baracca, ma la sensazione che in quel di Redmond non ci fosse particolare convinzione, in fondo, c’è. Altrimenti non mandi tutto all’aria così, in pochi minuti, con un annuncio ufficiale che sembrava non vedessi l’ora di dare, appena trapelate pubblicamente le voci dello stop nello sviluppo del gioco. A che gioco stai giocando? Cosa pensi di fare ora, sganciata la bomba Scalebound e indebolita la tua posizione? Forse è presto per chiederlo e saperlo, ma Microsoft deve muoversi, e in fretta, per metterci quantomeno una pezza.

Scalebound è solo l’ultimo dei titoli in sviluppo definitivamente cancellati, e non credo di dover stare qui a ricordare in che acque navighi Microsoft con Xbox. La situazione è decisamente grave, ed è evidente che quel che c’è non possa bastare a spuntarla contro una concorrenza che, con tutti i suoi difetti, ad esempio, tiene comunque in vita per anni lo sviluppo di un titolo esclusivo per la sua console, riuscendo infine a farlo uscire, per la gioia dei videogiocatori che potranno così goderselo. Non c’è bisogno di fare nomi. Ma il contrasto con Microsoft è evidente.

Cosa farà Microsoft si vedrà (spero), cosa farà Platinum Games è già più difficile provare ad indovinarlo, visto che la situazione sembra tutt’altro che rosea e con quel pazzo di Hideki Kamiya (pare) sull’orlo dell’esaurimento nervoso, tutto diventa ancora più imprevedibile. Resta ovviamente il dispiacere, sia per l’una che per l’altra, insieme però a quel misto di delusione, tristezza e incazzatura che mi accompagnerà ancora per un po’, per un gioco che aspettavo tanto e che non giocherò probabilmente mai. Così come restano le domande. Chi siamo? Da dove veniamo? Che cosa significa la cancellazione di Scalebound per il mercato? Ma soprattutto…dove sta andando Microsoft?

Valar Morghulis

 

Le serie tv sono di destra

Il mio giudizio sul mondo del giornalismo italiano non è mai stato troppo positivo. E’ per questo, forse, che non ricordo neanche l’ultima volta che ho aperto un quotidiano perché mi andava. Da qualche mese, però, devo farlo per lavoro, e sarà forse per questo che il mio rapporto con il suddetto mondo è decisamente peggiorato. Elencare i motivi di questo scarso feeling sarebbe veramente lungo, e rischierei di risultare estremamente banale, quindi saltiamo questo punto per andare direttamente al nocciolo della questione. Che è il seguente: avendo a che fare con praticamente l’intero panorama della carta stampata italiana, mi capita di leggere davvero di tutto: dai grandi quotidiani a quelli di partito, passando per quelli che si potrebbero definire senza troppi patemi “sprechi di carta”. Nonostante ciò, tuttavia, i pezzi che colpiscono la mia attenzione si contano davvero sulla punta delle dita (di una mano), e i pochi che la destano non lo fanno quasi mai in positivo. La curiosità di leggere un pezzo è quasi sempre dettata dal fatto che questo maleodori già dal titolo. Ed è quello che è successo oggi, con un pezzo pubblicato su “La Verità” (quotidiano recentemente fondato da Maurizio Belpietro), scritto a quattro mani da Francesco Borgonovo e Adriano Scianca, dal titolo “Televisione identitaria. Dieci serie tv da conservatori”. Sottotitolo: “Tra classici e nuove uscite, il canone delle fiction che illustrano in chiave pop il pensiero di destra E raccontano le storture del presente: dallo strapotere delle élite alla dittatura del politically correct”.

Sì, è vero. E sì, è un pezzo “serio”. Ed è per questo che merita un’analisi quantomeno più approfondita di quella che potrebbe fare il fondo del cestino della carta. Un decalogo di famose ed apprezzare serie tvselezionate in base a una logica politica: sono quelle che – per vari motivi che ci apprestiamo a spiegare – affrontano meglio di tutte le altre alcuni temi centrali del pensiero identitario. Dalla critica della tecnologia al ruolo delle élite finanziarie; dal nuovo spirito del capitalismo all’immigrazione; dalla fedeltà alle tradizioni alla ribellione contro il politicamente corretto.Ah. “Un buon punto di partenza per chi volesse avvicinarsi all’universo della serialità televisiva in una prospettiva conservatrice”. Lo ammetto: ho dovuto rileggere tutto un paio di volte prima di fare pace con il fatto che non si stesse scherzando affatto.

Ora, premesso che prenderò in considerazione solo le serie tv che ho visto, interamente o in parte, ecco un reportage fotografico del pezzo che mi eviterà l’improbo lavoro di citarne ogni frase, visto che ognuna di esse “merita” di essere riportata così com’è. Reggetevi forte.

A più di 24 ore di distanza dalla prima lettura, sinceramente, faccio ancora fatica a decidere se sia meglio prenderla seriamente o no. Perchè, non so, magari sono io a sbagliarmi di grosso, ma le chiavi di lettura fornite dai due estensori del pezzo mi sembrano poco condivisibili, per nulla convincenti e sostanzialmente fondate su considerazioni a tratti…paradossali. Ripeto, magari sono io a non capirci niente, ma leggere, ad esempio, che i movimenti identitari e populisti si oppongano alle élite finanziarie mi ha lasciato davvero sinceramente stupito. Certo, esistono delle eccezioni (o forse sarebbe meglio dire delle contraddizioni), ma se devo associare le élite alla politica, difficilmente mi viene in mente qualcosa che assomigli vagamente alla sinistra. Prendiamo solo un esempio, forse il più lampante, nonché il più fresco in termini di attualità: il neo Presidente degli Stati Uniti d’America. E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

Cortocircuiti logici a parte, ci sono poi passaggi che mi fanno dubitare anche del fatto che i due autori abbiano effettivamente visto (e capito) ciò di cui scrivono, e non si siano semplicemente limitati a raccogliere informazioni qua e là, riportando delle inesattezze. Come nel caso della “recensione” di Black Mirror, di cui si fa (stranamente, visto che non l’ha mai fatto nessuno) l’esempio di “Vota Waldo!”, accostando l’episodio in questione all’ascesa politica di Beppe Grillo, facendolo apparire come una sorta di richiamo diretto a questa. Detto che una componente di verità c’è sicuramente, un’analisi di questo tipo rende decisamente poco onore ad una serie come Black Mirror, il cui scopo è decisamente altro rispetto alla mera parodia (perché di questo si tratterebbe) di un fatto politico italiano (per quanto più o meno rilevante possa essere nel panorama internazionale). Ridurre “Vota Waldo!” alla semplice prospettazione di “cosa accadrebbe se un comico televisivo fondasse un movimento politico?”, è, per quanto mi riguarda, un’analisi poco profonda, che non solo parte da un presupposto inesatto, ma che non tiene neanche conto di tutta una serie di altri elementi (l’uso della tecnologia come strumento di orientamento dell’opinione pubblica, ad esempio) decisamente più interessanti rispetto a quello puramente politico, che in “Vota Waldo!” viene in secondo piano, e che resta comunque un atto d’accusa nei confronti di un modo di fare politica ultimamente più proprio dei già citati “movimenti identitari e populisti” che di altri.

Sul resto non c’è davvero molto da dire, visto che, per come la vedo io, si tratta perlopiù di storture e forzature logiche, quando non di ragionamenti senza senso. Dire che Walter White diventi Heisenberg non per via delle difficoltà economiche, ma per una naturale inclinazione umana verso il dominio, ad esempio, è una forzatura. Walt ci prende gusto con il tempo, certo, ma non si alza una mattina con l’improvvisa voglia di diventare un narcos. Ma anche se così fosse, in ogni caso, mi sfuggirebbe il nesso con un certo pensiero politico: la teoria del maschio alpha è veramente un po’ poco, così come quella della territorialità negata dal pensiero dominante sradicato e sradicante (“splendido splendente” cit.) che cosa dovrebbe significare? Non lo so. Fatto sta che mi manca un passaggio. Così come me ne mancano altri: il Dr. House dovrebbe strizzare l’occhio al conservatore per via del suo essere misantropo, rompicoglioni e sputasentenze (ma ha anche dei difetti)? Sarà, ma io non ce lo vedo a votare repubblicano.

Sul capito Trono di Spade stendiamo un velo pietoso. Sia sulla recensione che sulla “fatwa progressista” di Pleven. Le righe sulla serie HBO hanno la stessa validità delle opinioni chi “Ah, la serie dove muoiono tutti! XDXD”. Eppure lo dicono: Il Trono di Spade è lotta per il potere, senza fronzoli. Ecco, appunto. Quindi che c’entra la politica? Dov’è la politica? Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Perchè Il Trono di Spade dovrebbe piacere più ad un conservatore che ad uno di sinistra? Solo perché è violento? Non c’è niente da fare, continuano a sfuggirmi i nessi logici. Così come agli estensori del pezzo devono essere sfuggite le lezioni sulla storia del feudalesimo europeo.

Ah, e Una mamma per amica. Se destra fa rima con provincialismo, sono contento di votare dall’altra parte.

In ogni caso, arrivato alla fine del pezzo anche a me è venuta l’idea per un bel programma tv. Una cosa di quelle che vanno in onda il giovedi pomeriggio su Real Time o giù di lì; una riflessione sul come cazzo abbiamo fatto a farci piacere cose che farebbero venire nelle mutande gente come Trump o Salvini. E ho anche il nome: “Non sapevo di essere conservatore”. Sono sicuro che qualcuno la troverebbe interessante.

Valar Morghulis

Animali fantastici e dove trovarli: un nuovo, grande inizio

Lo ammetto, ero sinceramente impaziente di guardare “Animali Fantastici e dove trovarli“. Perchè, era, in buona sostanza, ciò che aspettavo da tempo: l’apertura del vaso di Pandora, la scoperta dell’universo rowlinghiano (passatemi l’orribile neologismo) in tutta la sua potenza, in tutti quegli aspetti, cioè, che con la saga potteriana avevamo solamente sfiorato. “Animali fantastici e dove trovarli” è stato, per me, la vera finestra sul cortile del mondo magico, molto più di quanto lo sia stato Harry Potter e la Pietra Filosofale, a suo tempo. E mi preme sottolineare “mondo magico” non solo per distinguere l’universo narrativo dal suo elemento peculiare (la magia in sè), e dai suoi protagonisti (Harry Potter e compagnia cantante), ma anche e soprattutto perchè è sempre stato questo elemento ad intrigarmi più di degli altri. L’universo magico nel suo complesso, piuttosto che gli “stupidi sventolii di bacchette” o la lotta tra Harry e Voldemort che a colpi di questi si combatte. Ma di tutto questo ho già parlato qui, e non ho intenzione di ricominciare.

Tenendolo però ben presente, parliamo dell’esordio della nuova saga. Com’è “Animali Fantastici e dove trovarli”? Magnifico. Soprattutto per un noncosìfan di Harry Potter. Perchè della saga che lo ha preceduto ha, insieme, tutto e niente. Tutto perchè ne condivide l’universo, e niente perchè è un film che, in un colpo solo, cancella tutti (o quasi) quelli che lo hanno preceduto, ponendosi al contempo su un piano diverso. Per quanto mi riguarda, “Animali Fantastici e dove trovarli” è stato un grande antipasto, uno di quelli capaci sia di saziare che di far venire ancora più fame. Un nuovo inizio, e di quelli della serie “se queste sono le premesse…”. Già, se queste sono le premesse, quello che vedremo nei prossimi anni si prospetta già decisamente interessante e degno d’attenzione. Per tutta una serie di motivi, che potrebbero però essere riassunti in un uno solo: “Animali Fantastici e dove trovarli” è un film fatto con il cervello.

“Animali fantastici” è un film perfetto tanto per i fan della saga potteriana quanto per quelli che non la conoscono affatto. Per i primi perchè è ovviamente “universo espanso” e per i secondi perchè racconta tutt’altro. Per i primi perchè è pieno di citazioni a Harry Potter, e per i secondi perchè quelle citazioni non escludono nessuno da un mondo che non conosce. Per tutti, perchè palesemente studiato e realizzato in tal senso. Per accendere l’entusiasmo di chi è oggi troppo piccolo per poter dire di essere cresciuto davvero con il tempo di Harry Potter, e per riaccendere quello di chi, oggi quasi adulto, ha visto la propria infanzia e adolescenza scandite da questo. “Animali fantastici e dove trovarli” è l’operazione commerciale da manuale, quella realizzata troppo bene per poter essere chiamata tale, nella sua connotazione più negativa: nasce dal nulla (nello specifico, un libricino di poche decine di pagine) e punta, allo stesso tempo sull’effetto-nostalgia, sulla fame insaziabile di qualsiasi cosa propria del fandom potteriano, nonchè sul far presa su un pubblico totalmente nuovo. E nonostante tutto questo, funziona incredibilmente bene, quasi un unicum nel suo genere.

Tecnicamente parlando è un ottimo film, pieno di tutto e di più: di tutto ciò che abbiamo già visto in Harry Potter, ma fatto anche meglio, e di tutto ciò che non avevamo potuto vedere, per un motivo o per un altro. Dalle meravigliosamente realizzate creature magiche al “Mondo Nuovo”, in tutti i sensi, della New York anni ’20 in cui convivono maghi e non-maghi convivono fianco a fianco, molto più consapevoli gli uni degli altri rispetto a quanto non accada nell’Inghilterra di fine secolo, con la costante impressione di scoprire qualcosa di nuovo ad ogni cambio d’inquadratura, perdendosi nel cercare di vedere tutto quanto, per non perdersi neanche il minimo dettaglio nel vortice delle situazioni che si susseguono ad un ritmo impressionante. In poche parole, un film come avrebbe dovuto essere ognuno di quelli della saga potteriana.

O come avrei voluto che ogni film fosse, quantomeno, visto l’amaro in bocca con cui sono uscito dalla visione degli ultimi quattro film (per tre libri) della saga. Delusione dettata da quello che è invece, in fondo il principale punto di forza di “Animali fantastici”: l’essere, cioè, soltanto un film, e non un vero adattamente cinematografico, con ciò che ne deriva: la possibilità di spaziare davvero in ogni direzione su praticamente tutto, in sostanza, senza rincorrere i ritmi di un’opera letteraria viaggiando su un binario parallelo. Qua di binario ce n’è uno solo, e dove porta, questa volta, è tutto da scoprire. Di nuovo. Come ho pensato seduto in sala, ai titoli di testa, ascoltando il main theme della saga: “Si ricomincia“.

Valar Morghulis

 

 

 

 

Di cose Nerd (e non solo), viste da un Non-Nerd.

Stories and Lies

di Stefano Riggi

Il Maschio Beta

"Beta" è un'offesa solo se si pensa che "alfa" sia un complimento

Antologia Occasionale

"La bellezza salverà il mondo" F. Dostoevskij

amo il web, non ricambiato

Aneddoti e piccoli incidenti del mondo digitale italiano.

The Non-Nerd's place

Di cose Nerd (e non solo), viste da un Non-Nerd.

wwayne

Just another WordPress.com site

FIFA Stories

Racconto appassionato e romantico delle carriere a FIFA

Don't Panic!

Guide, curiosità e spunti per la sopravvivenza di asociali e geek