Caccia alla balena blu

Che cosa sia la Blue Whale Challenge credo che ormai lo sappiano anche i sassi. Dubito che chiunque bazzichi anche distrattamente il magico mondo dell’Internet non si sia imbattuto, negli ultimi giorni, in post o articoli di varia natura a riguardo, motivo per cui ritengo inutile riportare tutto anche in queste righe, e quindi andiamo avanti.

Questo post nasce da un’esigenza personale, sentita spesso anche in passato, come testimoniato da molti post precedenti: esprimere ciò che penso a proposito del mondo dell’informazione italiana. E la storia della Blue Whale casca a fagiolo. Ma prima, un piccolo passo indietro, per fare un po’ di chiarezza su alcuni punti che sembrano essere oscuri ai più, anche se pare che altri se ne stiano piano piano accorgendo, andando a scavare un po’ più in profondità nel merito della faccenda.

Della Blue Whale Challenge si sa davvero troppo poco per delineare un quadro chiaro del fenomeno e della sua portata. Un po’ per via della barriera linguistica, e molto, invece, a causa dell’estrema scarsità di fonti affidabili. Quel che si sa con ragionevole certezza, però, è che la Blue Whale è qualcosa che circola su Internet da anni, e sotto varie forme. E se è altamente probabile che sia in qualche modo reale e davvero partita dalla Russia, è invece piuttosto evidente che sia divenuta in poco tempo una delle tante creepypasta che passano di profilo Reddit in profilo Reddit, autoalimentandosi e sconfinando presto nel campo delle leggende metropolitane che per ragioni diverse emergono di volta in volta dai più oscuri meandri del Web, a volte a distanza di anni. Per quanto mi riguarda, trovo tutta la storia estremamente confusa. Motivo per cui resto dubbioso della veridicità dei fatti, almeno per come sono stati presentati.

Ed arriviamo dunque al punto: i fatti, e come sono stati presentati. Perchè sembra che nessuno di coloro che hanno cominciato a parlare di questa vicenda si sia preso la briga di fare le dovute verifiche. E non stiamo parlando di misconosciuti siti web in cerca di click facili, ma di note testate giornalistiche nazionali e, soprattutto delle Iene, “colpevoli” di aver fatto esplodere il bubbone, con un servizio che credo chiunque ormai abbia visto.

Un servizio confezionato ad arte per colpire nel vivo il pubblico target del programma, in buona parte lo stesso pubblico del “CONDIVIDI FAI GIRARE!” che utilizza Internet in modo estremamente incosciente e sciocco, esattamente come potrebbero averlo utilizzato i ragazzi protagonisti dell'”affaire-Blue Whale“, quelli che nel servizio delle Iene ci vengono presentati come “adolescenti normalissimi” che si gettano dai tetti dei palazzi perchè in 50 giorni sono stati portati alla depressione da un perverso giochino psicologico organizzato da ignoti sadici che “ce l’hanno con i bambini“.

Il servizio delle Iene, nella sua sconcertante banalità, è un piccolo capolavoro di non-informazione: la butta schifosamente sulle emozioni forti, giocando con le lacrime delle due madri intervistate e le immagini decontestualizzate dei ragazzi ripresi nell’atto di farla finita. Immagini che potrebbero risalire a chissà quando, chissà dove, chissà chi, ma che vengono spacciate per autenticamente connesse al Blue Whale senza lo straccio di una prova. Così come senza la straccio di una prova è tutto il resto. Niente dati ufficiali, niente fonti, niente di niente. Solo tutto quello che si può trovare sul Web, buttato dentro alla rinfusa. Così, tanto per confondere ancora di più. Fino all’ultimo atto, quello che personalmente ho trovato davvero vergognoso: l’intervista al presunto compagno di classe del quindicenne di Livorno suicidatosi qualche mese fa con la stessa modalità proposta dal Blue Whale: gettandosi giù da un palazzo. Domande vaghe e risposte vaghissime, che tutto fanno tranne che convincere chi guarda (possibilmente con il cervello accesso) che effettivamente quello di Livorno possa essere definito “il primo caso di Blue Whale in Italia“. Anche perchè, si noti bene, chi conosceva veramente la vittima, la sua famiglia, non è stata minimamente chiamata in causa. Strano, eh?

Inutile ripetere che il servizio delle Iene abbia causato un vero e proprio terremoto, almeno in Rete, e che per qualche giorno non si sia parlato d’altro, prima che a qualcuno venisse in mente di fare un po’ di sano fact checking. Ciò non toglie che anche dopo si sia letto e visto un po’ di tutto: dalla più retorica indignazione all’approfondimento ed all’analisi del fenomeno non si sa bene su quali basi, fino all’ondata di assurde recensioni negative di ogni cosa abbia nel nome “Balena blu“, per non parlare dell’annoso problema del rischio emulazione (il famoso “effetto Werther“), per cui nelle ultime ore è un fioccare, soprattutto su Youtube, di adolescenti e pre-adolescenti che sostengono di aver provato la Blue Whale o di aver conosciuto gente che è arrivata addirittura fino in fondo. Problema da non sottovalutare, perchè non fa altro che ingigantire nell’immaginario collettivo la portata di un fenomeno che sarebbe altrimenti rimasto confinato a 4chan et similia. E torniamo dunque all’informazione, ed al ruolo che dovrebbe svolgere.

Di Blue Whale, prima di qualche giorno fa, in Italia, se n’era parlato pochissimo, e mai a livello mainstream. Poi sono arrivate le Iene, che hanno giustamente pensato di dare retta ad una segnalazione praticamente anonima, e che, per quanto ne sappiamo, potrebbe essere tranquillamente frutto della mente di qualche trollino. Il proverbiale sassolino che scatena la valanga, anche stavolta felicemente cavalcata da gran parte dell’informazione italiana, diretta contro il solito obiettivo: l’Internet brutto e cattivo che trova terreno fertile nella massa di ragazzini sfigati, smidollati e senza valori che passano le giornate con il naso incollato allo smartphone, gli stessi ragazzini che spesso sono i figli e i nipoti proprio del pubblico delle Iene di cui sopra. C’è evidentemente qualcosa che non va. Ma a quanto pare, non lo si vuole vedere. L’importante è sparare nel mucchio, ma con le dovute precauzioni, ovvio: pubblico avvisato, mezzo salvato: “Adulti, state vicini ai ragazzi durante il servizio“. Certo, ma chi sta vicino a padri, madri e nonni? Di certo non l’informazione. Neanche quella più “autorevole”, neanche quella più mainstream, troppo impegnata a cavalcare la già citata valanga per accorgersi del fatto che fosse venuto il momento di fare il proprio dovere. Per qualche click in più, forse. Aspettando la prossima valanga.

Valar Morghulis

 

La potenza è nulla senza le esclusive

E’ passato un bel po’ di tempo dall’ultima volta che ho aggiornato questo blog, parlando dell’affaire-Scalebound ma soprattutto di Microsoft, delle sue strategie e del suo futuro. E’ passato un bel po’ di tempo, eppure eccomi di nuovo qui, con lo stesso argomento, sebbene cambino le circostanze. Non una morte prematura, ma una nascita, e neanche troppo annunciata, a questo punto dell’anno e con l’E3 praticamente alle porte. La nascita, ovviamente, è quella di Project Scorpio, la prossima console della casa di Redmond, le cui specifiche tecniche sono state svelate oggi, per la prima volta, in esclusiva Digital Foundry.

Molto bene. Ora: quella che segue non è un’analisi tecnica delle specifiche di Scorpio. Ammetto di non essere abbastanza competente per disquisire di gigahertz, terabyte, teraflop e megazord vari, e francamente, neanche mi interessa. Ecco. Il punto è proprio questo: che “a me piacciono i videogiochi.” (cit.)

Ed è proprio per questo che il mio primo pensiero dopo l’unveil (quanto fa figo usare un termine inglese per uno italiano che non ti viene?) di Scorpio è stato: “E allora?

No, non vengo da Marte, e nemmeno dal Paese delle meraviglie. So benissimo a cosa servano concretamente queste presentazioni, così come so benissimo che in giro per il globo ci sono orde di smanettoni pronti a menarselo al solo sentir sciorinare specifiche tecniche, per non parlare di tutti quelli che non aspettano altro che sentir sciorinare specifiche tecniche per poi riversarsi in rete e proseguire le loro personali crociate alla conquista della Terra Santa della masterrace. E’ una cosa che non capisco e che a stento tollero, ma questo è un altro paio di maniche. Il mio “e allora?” non è frutto della smania di vedere un case, ma del burrascoso recente passato, degli ultimi quattro anni, di Xbox One, del fu Scalebound e di tutti i macroscopici errori ed orrori (chi ha detto Kinect?) commessi da Microsoft fin qui.

Ed arriviamo dunque al nocciolo della questione: che ne sarà della potenza di Scorpio, se non cambierà la strategia di chi la lancia sul mercato? Che ne sarà di Scorpio se non ci saranno gli Scalebound di turno perchè si è talmente poco attenti e lungimiranti dal trascurare i videogiochi per concentrarsi su altro? Perchè quelle che in effetti è un upgrade di One e non un nuovo inizio? Forse perchè quattro anni sono pochi per chiudere il ciclo vitale di Xbox One, o perchè la concorrenza in fondo ha già adottato la stessa strategia (ma con quali risultati?), o perchè dalle parti di Redmond si teme un altro catastrofico flop, o perchè semplicemente si sta procedendo alla cieca, a mio avviso mancando però il bersaglio. Di nuovo: la potenza è nulla, senza i giochi.

Egoisticamente, rivendico la mia totale mancanza di interesse in un ammasso di plastica e silicio più pompato di quello che in questo momento giace silenziosamente addormentato e impolverato sulla mia scrivania. Non ne voglio sapere di quanto spacchi i culi Scorpio, se questo significa solo far girare un vecchio gioco a 4K.

project-scorpio_notizia-5-4-3-2.jpg

Sinceramente, sticazzi. E arrivati a questo punto anche dell’ennesima ridda di promesse su fantomatiche “migliori line-up di sempre” ed esclusive che non si sono mai viste ma che “state tranquilli, arriveranno“. Peccato che tutti sappiamo come è morto Tranquillo…

Ovvio, non mi aspettavo di certo di vedere o sentir parlare di titoli già oggi, ci mancherebbe altro, ma ritengo sia estremamente doveroso mettere già le mani avanti, in attesa di un E3 che Microsoft non può proprio permettersi di bucare. Perchè ha probabilmente l’ultima chance, almeno per quanto riguarda me, anche se credo fermamente di non essere il solo.

E se questo può sembrare solo il capriccio di un videogiocatore medio deluso, beh…lo è.

Valar Morghulis

Il fu Scalebound

Scrivere questo pezzo non è stato facile. Per svariati motivi, primo dei quali il grosso hype che avevo per un titolo, l’ormai fu Scalebound, che, a meno di grosse sorprese, non vedrà mai la luce. Tristezza, delusione, incazzatura…difficile dire con precisione quali sensazioni abbiano prevalso nel leggere dei rumor che volevano interrotto lo sviluppo del titolo, nonchè, a distanza di pochi minuti, il comunicato ufficiale da parte di Microsoft che annunciava la cancellazione del progetto. Un uno-due tremendo, per me così come per tutto il mondo dei videogiochi, o almeno la parte sana di esso, quella che non gioisce in rete per la cancellazione di un titolo importante, e soprattutto di un’esclusiva di peso all’interno della line-up 2017 di Microsoft. Stronzi a parte, la notizia della morte di Scalebound deve far riflettere. Almeno, deve far riflettere chi ha a cuore Platinum Games, ma anche e soprattutto Microsoft e un progetto, Xbox, che sembra oggi più che mai al capolinea.

Che lo sviluppo di Scalebound non procedesse esattamente a gonfie vele era noto. Le difficoltà di Platinum Games, gli attriti con Microsoft, quel pazzo di Hideki Kamiya e, lo scorso anno, una prima dimostrazione in-game che aveva lasciato piuttosto perplessi, quantomeno per una realizzazione tecnica del titolo che, seppur in maniera evidente ancora alle prime fasi, strideva alquanto con la pompa che ne aveva accompagnato l’annuncio, tra dichiarazioni altisonanti e un paio di trailer che avevano acceso la fantasia degli utenti Xbox. Un rinvio c’era già stato, la sensazione che Platinum dovesse ancora lavorarci parecchio pure, quel pazzo di Hideki Kamiya…insomma, qualche segnale preoccupante c’era. Ma che finisse così, francamente, no.

E qui entra in gioco Microsoft. Lei e le sue sempre meno chiare strategie, lei e i suoi sempre più imperscrutabili progetti per il futuro. Personalmente, non sono tra coloro che accollando tutte le colpe del naufragio di Scalebound alla casa di Redmond. Insomma, quando hai a che fare con lo sviluppo di un titolo amibizioso, Platinum Games e quel pazzo di Hideki Kamiya, qualche inconveniente lo metti sicuramente in conto. Ma, e mi tocca ripeterlo, qui stiamo parlando di un’esclusiva che potrebbe (meglio, avrebbe potuto) influire discretamente sulla tua line-up, e…che fai? La molli.

Si, ripeto, problemi, ritardi, quel pazzo di Hideki Kamiya, tutto giusto, per carità. Che a forza di tirare, prima o poi la corda si spezzi, ci sta. Ma sei Microsoft, hai delle responsabilità, e non puoi sperare che l’annuncio della cancellazione di un titolo come Scalebound non scateni delle reazioni nella tua già poco tutto utenza, per non parlare di tutti gli altri. Quello che è davvero successo tra Microsoft e Platinum Games non lo sapremo mai, non sappiamo quanto la prima abbia provato a tenere in piedi la baracca, ma la sensazione che in quel di Redmond non ci fosse particolare convinzione, in fondo, c’è. Altrimenti non mandi tutto all’aria così, in pochi minuti, con un annuncio ufficiale che sembrava non vedessi l’ora di dare, appena trapelate pubblicamente le voci dello stop nello sviluppo del gioco. A che gioco stai giocando? Cosa pensi di fare ora, sganciata la bomba Scalebound e indebolita la tua posizione? Forse è presto per chiederlo e saperlo, ma Microsoft deve muoversi, e in fretta, per metterci quantomeno una pezza.

Scalebound è solo l’ultimo dei titoli in sviluppo definitivamente cancellati, e non credo di dover stare qui a ricordare in che acque navighi Microsoft con Xbox. La situazione è decisamente grave, ed è evidente che quel che c’è non possa bastare a spuntarla contro una concorrenza che, con tutti i suoi difetti, ad esempio, tiene comunque in vita per anni lo sviluppo di un titolo esclusivo per la sua console, riuscendo infine a farlo uscire, per la gioia dei videogiocatori che potranno così goderselo. Non c’è bisogno di fare nomi. Ma il contrasto con Microsoft è evidente.

Cosa farà Microsoft si vedrà (spero), cosa farà Platinum Games è già più difficile provare ad indovinarlo, visto che la situazione sembra tutt’altro che rosea e con quel pazzo di Hideki Kamiya (pare) sull’orlo dell’esaurimento nervoso, tutto diventa ancora più imprevedibile. Resta ovviamente il dispiacere, sia per l’una che per l’altra, insieme però a quel misto di delusione, tristezza e incazzatura che mi accompagnerà ancora per un po’, per un gioco che aspettavo tanto e che non giocherò probabilmente mai. Così come restano le domande. Chi siamo? Da dove veniamo? Che cosa significa la cancellazione di Scalebound per il mercato? Ma soprattutto…dove sta andando Microsoft?

Valar Morghulis

 

Le serie tv sono di destra

Il mio giudizio sul mondo del giornalismo italiano non è mai stato troppo positivo. E’ per questo, forse, che non ricordo neanche l’ultima volta che ho aperto un quotidiano perché mi andava. Da qualche mese, però, devo farlo per lavoro, e sarà forse per questo che il mio rapporto con il suddetto mondo è decisamente peggiorato. Elencare i motivi di questo scarso feeling sarebbe veramente lungo, e rischierei di risultare estremamente banale, quindi saltiamo questo punto per andare direttamente al nocciolo della questione. Che è il seguente: avendo a che fare con praticamente l’intero panorama della carta stampata italiana, mi capita di leggere davvero di tutto: dai grandi quotidiani a quelli di partito, passando per quelli che si potrebbero definire senza troppi patemi “sprechi di carta”. Nonostante ciò, tuttavia, i pezzi che colpiscono la mia attenzione si contano davvero sulla punta delle dita (di una mano), e i pochi che la destano non lo fanno quasi mai in positivo. La curiosità di leggere un pezzo è quasi sempre dettata dal fatto che questo maleodori già dal titolo. Ed è quello che è successo oggi, con un pezzo pubblicato su “La Verità” (quotidiano recentemente fondato da Maurizio Belpietro), scritto a quattro mani da Francesco Borgonovo e Adriano Scianca, dal titolo “Televisione identitaria. Dieci serie tv da conservatori”. Sottotitolo: “Tra classici e nuove uscite, il canone delle fiction che illustrano in chiave pop il pensiero di destra E raccontano le storture del presente: dallo strapotere delle élite alla dittatura del politically correct”.

Sì, è vero. E sì, è un pezzo “serio”. Ed è per questo che merita un’analisi quantomeno più approfondita di quella che potrebbe fare il fondo del cestino della carta. Un decalogo di famose ed apprezzare serie tvselezionate in base a una logica politica: sono quelle che – per vari motivi che ci apprestiamo a spiegare – affrontano meglio di tutte le altre alcuni temi centrali del pensiero identitario. Dalla critica della tecnologia al ruolo delle élite finanziarie; dal nuovo spirito del capitalismo all’immigrazione; dalla fedeltà alle tradizioni alla ribellione contro il politicamente corretto.Ah. “Un buon punto di partenza per chi volesse avvicinarsi all’universo della serialità televisiva in una prospettiva conservatrice”. Lo ammetto: ho dovuto rileggere tutto un paio di volte prima di fare pace con il fatto che non si stesse scherzando affatto.

Ora, premesso che prenderò in considerazione solo le serie tv che ho visto, interamente o in parte, ecco un reportage fotografico del pezzo che mi eviterà l’improbo lavoro di citarne ogni frase, visto che ognuna di esse “merita” di essere riportata così com’è. Reggetevi forte.

A più di 24 ore di distanza dalla prima lettura, sinceramente, faccio ancora fatica a decidere se sia meglio prenderla seriamente o no. Perchè, non so, magari sono io a sbagliarmi di grosso, ma le chiavi di lettura fornite dai due estensori del pezzo mi sembrano poco condivisibili, per nulla convincenti e sostanzialmente fondate su considerazioni a tratti…paradossali. Ripeto, magari sono io a non capirci niente, ma leggere, ad esempio, che i movimenti identitari e populisti si oppongano alle élite finanziarie mi ha lasciato davvero sinceramente stupito. Certo, esistono delle eccezioni (o forse sarebbe meglio dire delle contraddizioni), ma se devo associare le élite alla politica, difficilmente mi viene in mente qualcosa che assomigli vagamente alla sinistra. Prendiamo solo un esempio, forse il più lampante, nonché il più fresco in termini di attualità: il neo Presidente degli Stati Uniti d’America. E non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

Cortocircuiti logici a parte, ci sono poi passaggi che mi fanno dubitare anche del fatto che i due autori abbiano effettivamente visto (e capito) ciò di cui scrivono, e non si siano semplicemente limitati a raccogliere informazioni qua e là, riportando delle inesattezze. Come nel caso della “recensione” di Black Mirror, di cui si fa (stranamente, visto che non l’ha mai fatto nessuno) l’esempio di “Vota Waldo!”, accostando l’episodio in questione all’ascesa politica di Beppe Grillo, facendolo apparire come una sorta di richiamo diretto a questa. Detto che una componente di verità c’è sicuramente, un’analisi di questo tipo rende decisamente poco onore ad una serie come Black Mirror, il cui scopo è decisamente altro rispetto alla mera parodia (perché di questo si tratterebbe) di un fatto politico italiano (per quanto più o meno rilevante possa essere nel panorama internazionale). Ridurre “Vota Waldo!” alla semplice prospettazione di “cosa accadrebbe se un comico televisivo fondasse un movimento politico?”, è, per quanto mi riguarda, un’analisi poco profonda, che non solo parte da un presupposto inesatto, ma che non tiene neanche conto di tutta una serie di altri elementi (l’uso della tecnologia come strumento di orientamento dell’opinione pubblica, ad esempio) decisamente più interessanti rispetto a quello puramente politico, che in “Vota Waldo!” viene in secondo piano, e che resta comunque un atto d’accusa nei confronti di un modo di fare politica ultimamente più proprio dei già citati “movimenti identitari e populisti” che di altri.

Sul resto non c’è davvero molto da dire, visto che, per come la vedo io, si tratta perlopiù di storture e forzature logiche, quando non di ragionamenti senza senso. Dire che Walter White diventi Heisenberg non per via delle difficoltà economiche, ma per una naturale inclinazione umana verso il dominio, ad esempio, è una forzatura. Walt ci prende gusto con il tempo, certo, ma non si alza una mattina con l’improvvisa voglia di diventare un narcos. Ma anche se così fosse, in ogni caso, mi sfuggirebbe il nesso con un certo pensiero politico: la teoria del maschio alpha è veramente un po’ poco, così come quella della territorialità negata dal pensiero dominante sradicato e sradicante (“splendido splendente” cit.) che cosa dovrebbe significare? Non lo so. Fatto sta che mi manca un passaggio. Così come me ne mancano altri: il Dr. House dovrebbe strizzare l’occhio al conservatore per via del suo essere misantropo, rompicoglioni e sputasentenze (ma ha anche dei difetti)? Sarà, ma io non ce lo vedo a votare repubblicano.

Sul capito Trono di Spade stendiamo un velo pietoso. Sia sulla recensione che sulla “fatwa progressista” di Pleven. Le righe sulla serie HBO hanno la stessa validità delle opinioni chi “Ah, la serie dove muoiono tutti! XDXD”. Eppure lo dicono: Il Trono di Spade è lotta per il potere, senza fronzoli. Ecco, appunto. Quindi che c’entra la politica? Dov’è la politica? Dov’è la destra e dov’è la sinistra? Perchè Il Trono di Spade dovrebbe piacere più ad un conservatore che ad uno di sinistra? Solo perché è violento? Non c’è niente da fare, continuano a sfuggirmi i nessi logici. Così come agli estensori del pezzo devono essere sfuggite le lezioni sulla storia del feudalesimo europeo.

Ah, e Una mamma per amica. Se destra fa rima con provincialismo, sono contento di votare dall’altra parte.

In ogni caso, arrivato alla fine del pezzo anche a me è venuta l’idea per un bel programma tv. Una cosa di quelle che vanno in onda il giovedi pomeriggio su Real Time o giù di lì; una riflessione sul come cazzo abbiamo fatto a farci piacere cose che farebbero venire nelle mutande gente come Trump o Salvini. E ho anche il nome: “Non sapevo di essere conservatore”. Sono sicuro che qualcuno la troverebbe interessante.

Valar Morghulis

Animali fantastici e dove trovarli: un nuovo, grande inizio

Lo ammetto, ero sinceramente impaziente di guardare “Animali Fantastici e dove trovarli“. Perchè, era, in buona sostanza, ciò che aspettavo da tempo: l’apertura del vaso di Pandora, la scoperta dell’universo rowlinghiano (passatemi l’orribile neologismo) in tutta la sua potenza, in tutti quegli aspetti, cioè, che con la saga potteriana avevamo solamente sfiorato. “Animali fantastici e dove trovarli” è stato, per me, la vera finestra sul cortile del mondo magico, molto più di quanto lo sia stato Harry Potter e la Pietra Filosofale, a suo tempo. E mi preme sottolineare “mondo magico” non solo per distinguere l’universo narrativo dal suo elemento peculiare (la magia in sè), e dai suoi protagonisti (Harry Potter e compagnia cantante), ma anche e soprattutto perchè è sempre stato questo elemento ad intrigarmi più di degli altri. L’universo magico nel suo complesso, piuttosto che gli “stupidi sventolii di bacchette” o la lotta tra Harry e Voldemort che a colpi di questi si combatte. Ma di tutto questo ho già parlato qui, e non ho intenzione di ricominciare.

Tenendolo però ben presente, parliamo dell’esordio della nuova saga. Com’è “Animali Fantastici e dove trovarli”? Magnifico. Soprattutto per un noncosìfan di Harry Potter. Perchè della saga che lo ha preceduto ha, insieme, tutto e niente. Tutto perchè ne condivide l’universo, e niente perchè è un film che, in un colpo solo, cancella tutti (o quasi) quelli che lo hanno preceduto, ponendosi al contempo su un piano diverso. Per quanto mi riguarda, “Animali Fantastici e dove trovarli” è stato un grande antipasto, uno di quelli capaci sia di saziare che di far venire ancora più fame. Un nuovo inizio, e di quelli della serie “se queste sono le premesse…”. Già, se queste sono le premesse, quello che vedremo nei prossimi anni si prospetta già decisamente interessante e degno d’attenzione. Per tutta una serie di motivi, che potrebbero però essere riassunti in un uno solo: “Animali Fantastici e dove trovarli” è un film fatto con il cervello.

“Animali fantastici” è un film perfetto tanto per i fan della saga potteriana quanto per quelli che non la conoscono affatto. Per i primi perchè è ovviamente “universo espanso” e per i secondi perchè racconta tutt’altro. Per i primi perchè è pieno di citazioni a Harry Potter, e per i secondi perchè quelle citazioni non escludono nessuno da un mondo che non conosce. Per tutti, perchè palesemente studiato e realizzato in tal senso. Per accendere l’entusiasmo di chi è oggi troppo piccolo per poter dire di essere cresciuto davvero con il tempo di Harry Potter, e per riaccendere quello di chi, oggi quasi adulto, ha visto la propria infanzia e adolescenza scandite da questo. “Animali fantastici e dove trovarli” è l’operazione commerciale da manuale, quella realizzata troppo bene per poter essere chiamata tale, nella sua connotazione più negativa: nasce dal nulla (nello specifico, un libricino di poche decine di pagine) e punta, allo stesso tempo sull’effetto-nostalgia, sulla fame insaziabile di qualsiasi cosa propria del fandom potteriano, nonchè sul far presa su un pubblico totalmente nuovo. E nonostante tutto questo, funziona incredibilmente bene, quasi un unicum nel suo genere.

Tecnicamente parlando è un ottimo film, pieno di tutto e di più: di tutto ciò che abbiamo già visto in Harry Potter, ma fatto anche meglio, e di tutto ciò che non avevamo potuto vedere, per un motivo o per un altro. Dalle meravigliosamente realizzate creature magiche al “Mondo Nuovo”, in tutti i sensi, della New York anni ’20 in cui convivono maghi e non-maghi convivono fianco a fianco, molto più consapevoli gli uni degli altri rispetto a quanto non accada nell’Inghilterra di fine secolo, con la costante impressione di scoprire qualcosa di nuovo ad ogni cambio d’inquadratura, perdendosi nel cercare di vedere tutto quanto, per non perdersi neanche il minimo dettaglio nel vortice delle situazioni che si susseguono ad un ritmo impressionante. In poche parole, un film come avrebbe dovuto essere ognuno di quelli della saga potteriana.

O come avrei voluto che ogni film fosse, quantomeno, visto l’amaro in bocca con cui sono uscito dalla visione degli ultimi quattro film (per tre libri) della saga. Delusione dettata da quello che è invece, in fondo il principale punto di forza di “Animali fantastici”: l’essere, cioè, soltanto un film, e non un vero adattamente cinematografico, con ciò che ne deriva: la possibilità di spaziare davvero in ogni direzione su praticamente tutto, in sostanza, senza rincorrere i ritmi di un’opera letteraria viaggiando su un binario parallelo. Qua di binario ce n’è uno solo, e dove porta, questa volta, è tutto da scoprire. Di nuovo. Come ho pensato seduto in sala, ai titoli di testa, ascoltando il main theme della saga: “Si ricomincia“.

Valar Morghulis

 

 

 

 

L’inaspettato scivolone di Black Mirror

Ci ho messo un po’, a decidermi a scrivere questo post. Per vari motivi, il più importante dei quali è che Black Mirror è una serie straordinaria, tra le mie preferite in assoluto. Ed è proprio per questo che ho mi ci sono voluti giorni per scendere a patti con quella che è, a conti fatti, una delusione enorme: il secondo episodio della terza stagione. E non c’è stato niente da fare: l’ho riguardato tre, quattro volte, per provare a convincere me stesso di essermi sbagliato. Ho provato ad analizzare, a scavare in profondità, ad inventare un secondo livello di lettura. Che non trovato. Perchè non c’è. Così come non c’è profondità, né alcun tipo di analisi. A differenza di (quasi) tutto il resto della serie.

Giochi pericolosi” è come una macchia sul vostro paio di jeans preferiti. Sta lì, e non se ne va. Non ha importanza quante volte proviate a toglierla, né come. Lei se ne sta lì, beffarda, incurante dei vostri sforzi. Tanto che non vi resterà molto da fare: accettarne la presenza o distruggerla. Vergognarvi di girare con i vostri bei jeans così conciati, ma farlo lo stesso, o gettarli via, nasconderli nell’angolo più polveroso dell’armadio, pentendovi di averlo fatto appena richiusa l’anta. Io, da fan, ancora non ho deciso cosa fare. Parlare di Black Mirror come se quella puntata non esistesse, o sottolinearne invece l’esistenza non appena si tocca l’argomento? In ogni caso, penso di dovermi spiegare.

Dunque, riassunto SPOILERante: dopo aver intrapreso un “giro del mondo in 80 giorni 2.0”, Cooper, ragazzotto americano con più barba che neuroni, si ritrova a Londra, senza un soldo, perché Aiden Pierce (Dio lo abbia in gloria) gli ha hackerato e svuotato il conto in banca proprio un attimo prima che lui riuscisse a comprare il biglietto per far ritorno in patria. Dovendo comunque rientrare perché la mamma è preoccupata per lui, e non smette di chiamarlo al cellulare (immagino la bolletta), il nostro decide di trovarsi un lavoretto. Attraverso un’app che boh, trova quello che fa per lui: tester di videogiochi per una nota quanto misteriosa software house dal nome nipponico (che non gusta mai). Molto bene: un lavoro ben pagato, e guarda la combinazione, anche un modo per fare un favore alla sua nuova fiamma londinese, la bella Sonia, appassionata di videogiochi e giornalista/programmatrice/nonhocapitobenecosa, che propone al nostro eroe di scattare qualche foto per ottenere un’esclusiva da rivendere alla stampa sulla tanto chiacchierata prossima opera del genio visionario fondatore dell’omonima software house. Quando si dice il culo.

hannah-john-kamen-black-mirror-playtest_620x349
Perchè, Sonia? Perchè?

Assunto, Cooper è accompagnato nella sede della software house, poco fuori Londra, dove è preso in consegna da Katie, un’impiegata incaricata di seguirlo, che, come misura di sicurezza, gli ritira il cellulare prima di condurlo nella stanza dove terrà il test. Qui, la solerte Katie si accorge però che manca l’ultima pagina del contratto di non-divulgazione che Cooper deve firmare prima di iniziare. Esce, dunque, per andare a prenderla, ma, attenzione, lascia sul tavolo il cellulare di Cooper, il quale, ovviamente, lo recupera per scattare una foto al contenuto della misteriosa valigetta test che la puntuale impiegata ha incautamente lasciato nella stanza. Quando questa rientra, Cooper ha finito di giocare al piccolo James Bond, ed è tranquillamente seduto al suo posto, dopo aver rimesso tutto in ordine. Firmato il contratto, si può cominciare. A Cooper viene iniettato sottopelle un chip che gli permette di vedere in realtà aumentata senza alcun tipo di supporto esterno, ma, proprio durante la sincronizzazione del chip con quella che si potrebbe chiamare unità centrale (nonchè il cervello dello stesso Cooper, perché il chip è in grado di connettersi direttamente all’attività cerebrale di chi lo porta), lo smartphone del nostro squilla per la chiamata della solita mamma. Cooper avverte qualcosa di strano, l’impiegata armeggia per spegnerlo (“eppure ero sicura di averlo spento prima”, si, ma poi l’hai lasciato lì insieme alla valigetta, genio del male) e tutto sembra rientrare nella norma.

playtest-black-mirror
Il buon Cooper in una delle sue espressioni più intelligenti

Il test cui Cooper si sottopone non è nient’altro che una versione virtuale di “acchiappa la talpa” in realtà aumentata. Wow, se questo è il futuro dei videogiochi sono già eccitato. Ma, sorpresa, non è finita qui. Strabiliata dal fatto che Cooper veda la talpa in perfetto 3D, Katie gli propone di passare ad un livello successivo, e provare il “core” di ciò che la software house dell’Hideo Kojima wannabe (tal Saito) da cui lo conduce sta realizzando: un survival horror in realtà aumentata. Wow cazzo, l’originalità. Cooper viene quindi condotto in una vecchi casa che farà da ambientazione per il videogioco e lasciato lì, mentre Katie si allontana per ricontattarlo via radio poco dopo e istruirlo su quanto sta per accadere. Il chip che gli è stato impiantato si connetterà alla sua attività cerebrale per carpirne i segnali e rielaborarli sotto forma di input audio-visivi che, udite udite, incarneranno le peggiori paure che il nostro eroe cova nel profondo della sua (scarsa) materia grigia. In quanto realtà aumentata, ovviamente, niente di ciò che vedrà potrà fargli alcun male.

E qui, la noia, subentrata già da tempo, si fa completamente vuoto, lo stesso che alberga nella mente di Cooper. Che affronta, nell’ordine, ragni giganti, il bullo delle medie vestito da Willy Wonka e un ragno gigante con la faccia del bullo vestito da Willy Wonka. Roba da teen-horror di quart’ordine che passa in tv il giovedì pomeriggio. Giusto per capirsi. Poi la situazione precipita. Perchè in casa irrompe la bella Sonia, che gli fa un discorso senza senso per poi tentare di ucciderlo con un coltello che lo stesso Cooper le pianta in testa dopo averle letteralmente asportato la pelle del cranio. Tutto molto strano e per niente spaventoso, visto che sappiamo che nulla di ciò che Cooper vede può interagire fisicamente con lui. Da qui in poi è totale delirio. Cooper vuole fuggire, viene trollato dalla sua guida e costretto ad entrare in una stanza in cui crede esserci la madre morta. Non è così, ma il trolling di Katie si fa più pesante, e Cooper non si riconosce neanche più allo specchio. Scopriamo dunque che la paura peggiore di Cooper è dunque quella di dimenticare, proprio come accaduto al padre, affetto da Alzheimer e morto poco tempo prima. Cooper impazzisce e tenta di strapparsi il chip, ma viene fermato da Katie e Saito. Quest’ultimo prima si scusa per aver sostanzialmente provocato la perdita di memoria di Cooper, e poi ordina a due energumeni di portarlo via, e di “metterlo insieme agli altri”. Colpo di scena.

ep21
MAMMAMIACHEPAURA

E invece no. Cooper si risveglia nella stessa stanza dove ha giocato ad “acchiappa la talpa”, con Saito che gli spiega la situazione: qualcosa è andato storto, e il nostro è entrato in contatto con la realtà aumentata solo per UN SECONDO. Tutto quello che è accaduto prima, dunque, altro non era che una specie di visione. Durata un secondo. Inception levate. Al cambio d’inquadratura, Cooper è tornato in America: è davanti casa sua, entra e trova la madre, sconvolta, non in grado di riconoscerlo. Strano, cazzo, eppure lo chiamava trenta volte al giorno fino a ie…altro colpo di scena.

Cooper è ancora nella stanza del test, seduto, ma questa volta in preda ad una specie di crisi epilettica. Non fa in tempo ad invocare la madre, che è morto. Lo rivediamo in una body-bag, mentre Katie e Saito parlano tra di loro, in giapponese (perché?). L’esperimento è fallito perché il telefono è squillato (questa volta davvero), facendo interferenza con il chip e mandando in pappa i (pochi) neuroni di Cooper. Il test è durato, in tutti, appena 0,04 SECONDI. Fine. Inception chi?

Ora, devo realmente elencare tutti i motivi per cui “Giochi pericolosi” non funziona? Riflettiamo un attimo: cos’è Black Mirror? Una serie con un tema ben preciso: il dominio della tecnologia sulla vita umana. Ma quanto di questa tema è effettivamente presente in questa puntata? Per me, molto poco. Per non dire nulla. Ed è questo il problema principale, ovviamente. Perchè se ogni episodio di Black Mirror mi ha portato a riflettere, ad interrogarmi sulla strada che la tecnologia sta percorrendo, e su come questa strada sia profondamente legata alla vita di ognuno di noi, “Giochi pericolosi” no. “Giochi pericolosi” non mi ha trasmesso nulla da questo punto di vista. Perchè, almeno a mio avviso, non prospetta qualcosa di credibile.

talpa
No, neanche la talpa

Ciò che l’episodio mostra è allo stesso tempo troppo e troppo poco. E’ troppo, perché si parla di chip sottopelle che interagiscono direttamente con l’attività cerebrale; ed è troppo poco perché cosa si possa effettivamente ottenere da questi chip, in realtà, non ci viene mostrato affatto. Tutto ciò a cui assistiamo nel corso della puntata, non è altro che una specie di visione, di proiezione mentale del protagonista. Causata dalla banale interferenza tra un cellulare acceso e il chip. E che dura 0,04 secondi. La sensazione, è che ci si sia spinti troppo in là senza realmente avere idee.

Ora, lasciamo da parte per un attimo il piccolo dettaglio della proiezione mentale, e analizziamo la faccenda dal punto di vista videoludico. In “Giochi pericolosi” troviamo tutte quelle che sono le “mode” del momento nel campo: dalla realtà aumentata (che il mondo ha potuto sperimentare grazie a Pokèmon Go) all’immedesimazione totale del giocatore nel videogioco (attraverso i visori, ad esempio, anche se qui non ce ne sono). Tutta roba che poteva apparire futuristica fino a dieci giorni fa, e non solo agli occhi di un qualsiasi appassionato di videogiochi. Parliamoci chiaro: “acchiappa la talpa” in realtà aumentata? Chi sarebbe realmente disposto a farsi iniettare un cazzo di chip alla base del cranio per una stronzata di sì colossali proporzioni? E non mi importa che nella puntata venga presentata come una demo. Perchè è una cazzata e basta. Così come è una cazzata la casa degli orrori in realtà aumentata che Cooper sperimenta (sempre nella sua proiezione, ovviamente, ma continuiamo a fare finta che sia successo davvero). Sarà pure questa una demo, per carità, ma seriamente? Ripeto: farsi impiantare un chip alla base del cranio per vedere le nostre peggiori paure in realtà aumentata? Suvvia, basta il luna park. Soprattutto perché non c’è alcun tipo di interazione possibile con ciò che ci si presenta davanti. Avendo ben presente questo, quanto dell’immedesimazione va immediatamente perduto? Direi tutto, visto che l’interazione è la base del medium-videogioco. Ciò a cui Cooper “gioca” non è un survival horror. Non ci va neanche vicino. E non credo di dover spiegare le ragioni di questa affermazione. Da videogiocatori, e da videogiocatori del 2016, queste sono facezie. Mi sarei aspettato molto di più da una puntata di Black Mirror a tema videoludico, da questo punto di vista. Perchè ho visto fare molto di più in campi molto meno esplorabili di quello dei videogiochi, il cui potenziale sotto questo aspetto è infinito. Buona l’intenzione, molto meno la realizzazione.

Infine, un aspetto decisamente secondario dell’intera faccenda: l’horror. L’ho già detto: stiamo parlando di un “horror” che, semplicemente, non fa paura. Neanche a uno come me, che non guarda film horror (si, sono un cagasotto). Il clichè della casa degli orrori, i prevedibilissimi jumpscare…tutta roba che da Black Mirror, francamente, non mi sarei mai aspettato. No, non va, mi dispiace. Sarà un problema mio, per carità…forse non ho capito niente, forse ho frainteso tutto, forse avevo aspettative troppo alte, chissà…resta il fatto che, per quanto mi riguarda, “Giochi pericolosi” è stata una delusione tanto cocente quanto del tutto inaspettata. Per fortuna, però, poi è arrivato l’episodio successivo…

Valar Morghulis

Harry Potter e la forza di un universo

Immaginate di essere gli autori di una delle saghe letterarie più famose di sempre. Anzi, della saga letteraria di maggior successo di sempre. Bene. Ora immaginate di averla chiusa, questa saga, ormai da qualche anno. Ma immaginate anche di avere una fanbase tanto vasta quanto affamata, desiderosa di avere sempre di più della suddetta saga. Insomma, dovete fare i conti con schiere di fan pronti a bersi qualsiasi cosa, anche la più insignificante, pur di avere qualsiasi altra cosa da leggere, guardare, e, possibilmente, comprare. In poche parole, avete una gran vacca da mungere. Una vacca di proporzioni gigantesche. E, soprattutto, una vacca da poter mungere potenzialmente all’infinito.

Avete idee. Voi e il vostro entourage. Ah, se ne avete. Merchandising ufficiale da vendere a prezzi folli, un sito Internet completamente dedicato alla saga, su cui pubblicare, sotto varie forme, qualsiasi cosa che abbia a che fare con questa, anche e soprattutto quei dettagli insignificanti di cui i vostri fan sono così affamati. E, infine, (almeno per il momento) film tratti a forza da spin-off della saga e pièce teatrali che definite “sequel canonici”. In poche parole, state mungendo la vacca. Come è giusto che sia, ma assumendovi dei rischi piuttosto considerevoli, soprattutto con le ultime due operazioni. Rischi calcolati? Forse. Sicuramente calcolati male, almeno per quanto riguarda una delle due operazioni. Rischiate, in poche parole, tanto di attirare nuovi fan quanto di deludere una buona fetta di quelli di più vecchia data. Perfetto.

Ora basta immaginare. Se leggendo queste righe non vi è venuto in mente un nome, potete anche smettere di leggere. Perchè significa che non avete idea di chi sia J.K. Rowling e la sua creatura letteraria, la saga di Harry Potter, e di cosa questa abbia rappresentato per milioni di persone nel corso degli ultimi vent’anni circa. Tutte cose che non descriverò in alcun modo, un po’ perché non mi interessa farlo, ma soprattutto perché non sono un fan di Harry Potter.

Neanche un detrattore, sia ben chiaro, ma insomma, mettiamola così: nel periodo in cui stavo per cominciare il liceo, molti miei coetanei aspettavano con ansia l’uscita di Harry Potter e i Doni della Morte. Io, per contro, divoravo uno dopo l’altro tutti i capitoli delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco usciti fino a quel momento. Certo, avevo anche letto tutti i capitoli di Harry Potter, ma allo stesso tempo avevo fatto il salto dalla letteratura per ragazzi a quella per adulti. In tutta l’arroganza dei miei brufolosi quattordici anni, ero convinto di essermi elevato al di sopra della massa, e ne è prova il fatto che abbia recuperato Harry Potter e i Doni della Morte ad anni di distanza dalla sua uscita, complici i tempi di scrittura non proprio serrati di George Martin.

Aver letto il capitolo conclusivo della saga di Harry Potter a diciotto anni suonati, però, mi ha permesso di capire molte cose. Innanzitutto, che Harry Potter non fa decisamente per me. Non lo faceva prima, ai tempi in cui lo leggevo con continuità, spinto sostanzialmente dalla curiosità di sapere se Voldemort sarebbe riuscito a far fuori quella mezza calzetta di Harry, e l’avrebbe fatto ancor meno da “adulto”. Per tutta una serie di motivi che, andando a stringere, potrei riassumere semplicemente con la mia assoluta incapacità di immedesimazione nell’universo magico potteriano. Non sono mai riuscito a calarmici dentro, ma il perché non saprei spiegarlo. Ho letto e riletto i libri fino a consumarli (tranne l’ultimo, che ho letto solo una volta, molto attentamente, per poi passare ad altro), ma non c’è stato verso.

Questo, però, non significa che io non apprezzi la saga potteriana da un punto di vista più oggettivo, riconoscendone gli indubbi meriti ed essendo convinto del fatto che dovrebbe essere assolutamente inserita in qualsiasi antologia scolastica. Insomma, credo si sia capito, non sono un Potterhead (anche se ho la foto al finto binario 9e3/4 a King’s Cross, con la sciarpa di Serpeverde), ma un semplice lettore che continua ad osservare a distanza la situazione, e che non si perderà una sola delle cose marchiate HP. Harry Potter and the Cursed Child compreso. Già, perché voglio partire proprio da questo, riallacciandomi al discorso iniziale, per arrivare al dunque.

1185019_644102572274207_314198832_n
Tre anni e venti chili fa non sapevo dove guardare

Hai letto Harry Potter and the Cursed Child? Si. E com’è? ‘nammerda. Stacce. Ed ecco qui il punto. Da vecchio lettore della saga, Harry Potter and the Cursed Child mi ha letteralmente disgustato. Un sequel (perdipiù definito canon) di una saga bella che esaurita era esattamente ciò che non mi serviva. E non solo, o meglio, non principalmente perché sia decisamente scadente sotto praticamente tutti i punti di vista, ma perché va a riempire un vuoto che non aveva bisogno di essere riempito: il vuoto post-saga. Per quanto mi riguarda, l’universo potteriano post-Voldemort non ha praticamente senso di esistere. Perchè non c’è Harry Potter se non c’è Voldemort, e se non c’è Voldemort non c’è più niente da dire. Ho sempre considerato Voldemort il vero cardine di tutta la saga, la chiave di volta distrutta la quale viene semplicemente giù tutto quanto, e l’intero universo perde completamente d’interesse.

Non mi importa niente di cosa faranno dopo Harry, i suoi compari e i loro figli, non mi importa di chi si sposa con chi e con quali nomi orribili battezza i propri pargoli. Perchè è venuto meno il motore dell’azione, e tutto quello che c’è intorno, Harry in testa, è davvero di scarso, scarsissimo rilievo. Un sequel, quindi, per quanto mi riguarda, era davvero tutt’altro che necessario (non mi soffermerò, qui, sull’idea di pubblicare il copione dell’opera teatrale sotto forma di libro, perché è davvero ridicola). Quello che è davvero interessante (e qui sta, a mio avviso, la grandezza della Rowling) è l’universo pre-Harry Potter, il suo essere ammantato da un’aura di mistero che non può non affascinare e spingere a volerne sapere sempre di più, sull’onda del non-detto che permea tutta la saga potteriana. Mi riferisco, ovviamente, alle origini di tutto quanto. Dalle vicende di Silente a quelle dello stesso Voldemort, passando per quelle di personaggi che sentiamo solo nominare o che vediamo di passaggio nel corso della saga, e che non possono non esercitare un’attrattiva fortissima.

Non è un mistero né una novità, quella del fascino che emanano le origini di un universo narrativo, ma sono convinto del fatto che pochi scrittori abbiano saputo giocarci con la stessa maestria con cui ci ha giocato (e continua a giocarci) J.K. Rowling. Ed è proprio per questo che sono estremamente combattuto tra i due estremi della faccenda: sapere tutto o non saperne niente. Cos’è meglio? Scoprire tutto del passato o lasciare che questo rimanga avvolto dalla densa nebbia o dalla leggera foschia che lo nasconde ora di più, ora di meno, nel corso della saga? Francamente, non lo so. Per quanto riguarda la saga di Harry Potter, sono di gran lunga più indeciso rispetto a ciò che concerne, ad esempio, le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, del cui universo vorrei invece conoscere tutto quanto, nei minimi dettagli, consapevole del fatto che Martin non tradirebbe mai la mia fiducia.

Come sono invece convinto che non potrebbe fare J.K. Rowling, alla luce dell’”operazione-copione” e, soprattutto, della mia già citata non-immedesimazione nelle vicende puramente potteriane, che sono, in fondo, semplicemente, le paturnie comuni a qualsiasi bambino-adolescente. I miei timori, in sostanza, sono legati a quella che potrebbe essere la banalizzazione delle vicende pre-Potter attraverso una manovra di natura inevitabilmente commerciale, atta dunque ad intercettare quanto più pubblico possibile e, proprio per questo, potenzialmente deludente, “à-la-Cursed Child”, per intenderci. E sarebbe una delusione decisamente più cocente, perché andrebbe ad intaccare l’elemento che è la vera forza, a mio avviso, dell’intera saga. Mettere le mani nel passato per ridurlo ad un Harry Potter 1.0? No, grazie, mi tengo il mistero. Con buona pace degli assatanati Potterhead che prendono d’assalto Pottermore e gli store digitali per andarsi a leggere l’ennesimo, noioso, insignificante capitolo su quest’evento o su quel personaggio.

Temo, tuttavia, che le mie speranze andranno comunque deluse, alla luce delle dichiarazioni di J.K. Rowling sull’uscita di ben cinque (5) film della saga di “Animali fantastici”, che, con tutta probabilità, andranno ad espandere ulteriormente l’universo narrativo proprio alle origini. Con tutto ciò che ne consegue, almeno per me. Il vago, sottile sospetto, cioè, di aver ragione nel non volerne sapere una virgola in più rispetto a quanto già (non) sappia.

Di cose Nerd (e non solo), viste da un Non-Nerd.

Il Maschio Beta

"Beta" è un'offesa solo se si pensa che "alfa" sia un complimento

Antologia Occasionale

"La bellezza salverà il mondo" F. Dostoevskij

amo il web, non ricambiato

Aneddoti e piccoli incidenti del mondo digitale italiano.

The Non-Nerd's place

Di cose Nerd (e non solo), viste da un Non-Nerd.

wwayne

Just another WordPress.com site

FIFA Stories

Racconto appassionato e romantico delle carriere a FIFA

Don't Panic!

Guide, curiosità e spunti per la sopravvivenza di asociali e geek

BITGAMES

il mondo ludico a portata di palmo